Discernimento pastorale: esercizio alto di sinodalità

In queste settimane fermiamo la nostra attenzione su un tema che non è “di attualità”, ma che è costitutivo della Chiesa e che ci è proposto con forza da Papa Francesco come stile per essere lievito nella pasta del mondo di oggi: lo stile della sinodalità. In questa sezione, ogni settimana ascolteremo alcuni testi che ci aiutano a comprenderne la natura.

Il discernimento è, dunque, un “esercizio ad alta intensità sinodale”, che punta ad accogliere «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7). E’ un sentire profondo che, oltre ad avvertire tensioni e malumori, coglie la direzione da seguire, scorge l’affacciarsi dello Spirito sul corso degli avvenimenti quotidiani. E un procedere insieme, affrontando terreni impervi, confronti scomodi, percorsi di svuotamento del desiderio di “contare”, di soddisfare la fame di consenso che è sete di potere. Si tratta di un’esperienza ascetica, che non rinuncia ad attraversare i conflitti, che <<non possono essere ignorati o dissimulati». L’unita prevale sul conflitto, spazio ove alberga il maligno, a cui danno occasione persino i discepoli di Gesù, bramosi di occupare i primi posti e di prenotare quelli del Regno dei cieli (cfr. Mt 20,20-28). Il potere si porta dentro una dinamica sottilissima e diabolica, che rende pesante l’aria e affannoso il respiro.

Nel discorso tenuto da papa Francesco, il 6 ottobre 2014, alla III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi si legge:

Una condizione generale di base della sinodalità è questa: parlare chiaro. Bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità. Parlare con parresìa e ascoltare con umiltà significa affermare con chiarezza I dinamica della sinodalità. Nel linguaggio cristiano della tra dizione il termine parresìa (da pan “tutto”, e dalla radice ‘dire”) significa esporre limpidamente tutto quello che nel Signore si sente di dover dire, senza pavidità e senza timore di esporsi al gioco dei fraintendimenti e delle strumentalizzazioni.      

Parlare con franchezza e ascoltare con umiltà, questo è lo stile del discernimento, che segue un rigoroso “protocollo”:

  • sorvegliare la porta delle labbra”, sostando sulla “soglia” della parola che è il silenzio, per fare posto alla riflessione e lasciare spazio alla preghiera;
  • nutrire un po’ di diffidenza verso il proprio giudizio, sempre appellabile, manifestando fermezza nelle cose essenziali e libertà dai punti di vista troppo soggettivi;
  • trovare soluzioni condivise, cercando i punti di convergenza a partire da quelli di tangenza, tendendo al massimo bene possibile e non al minimo indispensabile; coniugare analisi e sintesi, utilizzando non solo il “microscopio” ma anche il “telescopio”, perché “il tutto è più importante della parte e della semplice somma delle parti”;
  • osservare e proporre, “mettendo insieme la fase critica della denuncia con quella della proposta”, sapendo scorgere in ogni circostanza la pista da seguire;
  • riconoscere che “un’individuazione dei fini senza la ricerca dei mezzi necessari per raggiungerli è destinata a fallire”, poiché “la realtà è superiore all’idea”;
  • avere “memoria del futuro”, interpretando i “sogni degli anziani e le “visioni” dei giovani, senza cedere il passo alla nostalgia o all’utopia, ma alla profezia;
  • avviare processi a lunga scadenza, senza lasciarsi sopraffare dall’ossessione dei risultati immediati, poiché “il tempo è sempre superiore allo spazio;
  • tendere l’orecchio alla Parola di Dio, tenendo la mano sul polso del tempo, poiché gli appelli dello Spirito risuonano anche negli avvenimenti della storia;
  • vivere il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, senza strappare alla dottrina il sigillo pastorale originario e costitutivo.

«Il discernimento» osserva papa Francesco nel discorso tenuto il 14 settembre 2017 ai vescovi di recente nomina «nasce nel cuore e nella mente del pastore attraverso la sua preghiera, quando mette in contatto le persone e le situazioni affidategli con la Parola divina pronunciata dallo Spirito». E in tale intimità che egli matura la libertà di distinguere, per sé e per gli altri, i tempi di Dio e della sua grazia. Una condizione essenziale per progredire nel discernimento è educarsi alla pazienza di Dio. Egli non fa «piombare il fuoco sugli infedeli» (cfr. Lc 9,51-56), né permette agli zelanti di «strappare dal campo la zizzania» (cfr. Mt 13 ,24-30), ma sollecita ad «alzare gli occhi e a guardare i campi che già biondeggiano per la mietitura» (cfr. Gv 4,35). Aggiunge papa Francesco, rivolgendosi ai vescovi neofiti:

Il discernimento è un processo creativo, che non si limita ad applicare schemi. E un antidoto contro la rigidità, perché le medesime soluzioni non sono valide ovunque. E sempre l’oggi perenne del Risorto che impone di non rassegnarsi alla ripetizione del passato e di avere il coraggio di domandarsi se le proposte di ieri sono ancora evangelicamente valide.

La Chiesa può compiere la sua missione soltanto se pastori e fedeli si impegnano, insieme, a scrutare i segni dei tempi alla luce del Vangelo, non per applicare ai problemi nuovi i rimedi e le regole del passato, bensì per dare a essi risposte adatte a ogni generazione e alla varietà delle situazioni. L’ascolto reciproco non ha il fine di far prevalere un’opinione su un’altra, ma di creare le condizioni per un’intesa che sia la sintesi di tutte le prospettive e le esperienze.

Il metodo sinodale, ricercando il più ampio consenso possibile, è molto più vantaggioso di quello democratico, che conserva la sua funzione per il governo della società, dove il consenso è basato su una maggioranza e una minoranza. La logica sinodale della convergenza non contraddice la matematica, ma è piuttosto una grammatica di base, la sintassi della comunione.

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