Discernimento pastorale: esercizio alto di sinodalità

In queste settimane fermiamo la nostra attenzione su un tema che non è “di attualità”, ma che è costitutivo della Chiesa e che ci è proposto con forza da Papa Francesco come stile per essere lievito nella pasta del mondo di oggi: lo stile della sinodalità. In questa sezione, ogni settimana ascolteremo alcuni testi che ci aiutano a comprenderne la natura.

Il discernimento è, dunque, un “esercizio ad alta intensità sinodale”, che punta ad accogliere «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7). E’ un sentire profondo che, oltre ad avvertire tensioni e malumori, coglie la direzione da seguire, scorge l’affacciarsi dello Spirito sul corso degli avvenimenti quotidiani. E un procedere insieme, affrontando terreni impervi, confronti scomodi, percorsi di svuotamento del desiderio di “contare”, di soddisfare la fame di consenso che è sete di potere. Si tratta di un’esperienza ascetica, che non rinuncia ad attraversare i conflitti, che <<non possono essere ignorati o dissimulati». L’unita prevale sul conflitto, spazio ove alberga il maligno, a cui danno occasione persino i discepoli di Gesù, bramosi di occupare i primi posti e di prenotare quelli del Regno dei cieli (cfr. Mt 20,20-28). Il potere si porta dentro una dinamica sottilissima e diabolica, che rende pesante l’aria e affannoso il respiro.

Nel discorso tenuto da papa Francesco, il 6 ottobre 2014, alla III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi si legge:

Una condizione generale di base della sinodalità è questa: parlare chiaro. Bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità. Parlare con parresìa e ascoltare con umiltà significa affermare con chiarezza I dinamica della sinodalità. Nel linguaggio cristiano della tra dizione il termine parresìa (da pan “tutto”, e dalla radice ‘dire”) significa esporre limpidamente tutto quello che nel Signore si sente di dover dire, senza pavidità e senza timore di esporsi al gioco dei fraintendimenti e delle strumentalizzazioni.      

Parlare con franchezza e ascoltare con umiltà, questo è lo stile del discernimento, che segue un rigoroso “protocollo”:

  • sorvegliare la porta delle labbra”, sostando sulla “soglia” della parola che è il silenzio, per fare posto alla riflessione e lasciare spazio alla preghiera;
  • nutrire un po’ di diffidenza verso il proprio giudizio, sempre appellabile, manifestando fermezza nelle cose essenziali e libertà dai punti di vista troppo soggettivi;
  • trovare soluzioni condivise, cercando i punti di convergenza a partire da quelli di tangenza, tendendo al massimo bene possibile e non al minimo indispensabile; coniugare analisi e sintesi, utilizzando non solo il “microscopio” ma anche il “telescopio”, perché “il tutto è più importante della parte e della semplice somma delle parti”;
  • osservare e proporre, “mettendo insieme la fase critica della denuncia con quella della proposta”, sapendo scorgere in ogni circostanza la pista da seguire;
  • riconoscere che “un’individuazione dei fini senza la ricerca dei mezzi necessari per raggiungerli è destinata a fallire”, poiché “la realtà è superiore all’idea”;
  • avere “memoria del futuro”, interpretando i “sogni degli anziani e le “visioni” dei giovani, senza cedere il passo alla nostalgia o all’utopia, ma alla profezia;
  • avviare processi a lunga scadenza, senza lasciarsi sopraffare dall’ossessione dei risultati immediati, poiché “il tempo è sempre superiore allo spazio;
  • tendere l’orecchio alla Parola di Dio, tenendo la mano sul polso del tempo, poiché gli appelli dello Spirito risuonano anche negli avvenimenti della storia;
  • vivere il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, senza strappare alla dottrina il sigillo pastorale originario e costitutivo.

«Il discernimento» osserva papa Francesco nel discorso tenuto il 14 settembre 2017 ai vescovi di recente nomina «nasce nel cuore e nella mente del pastore attraverso la sua preghiera, quando mette in contatto le persone e le situazioni affidategli con la Parola divina pronunciata dallo Spirito». E in tale intimità che egli matura la libertà di distinguere, per sé e per gli altri, i tempi di Dio e della sua grazia. Una condizione essenziale per progredire nel discernimento è educarsi alla pazienza di Dio. Egli non fa «piombare il fuoco sugli infedeli» (cfr. Lc 9,51-56), né permette agli zelanti di «strappare dal campo la zizzania» (cfr. Mt 13 ,24-30), ma sollecita ad «alzare gli occhi e a guardare i campi che già biondeggiano per la mietitura» (cfr. Gv 4,35). Aggiunge papa Francesco, rivolgendosi ai vescovi neofiti:

Il discernimento è un processo creativo, che non si limita ad applicare schemi. E un antidoto contro la rigidità, perché le medesime soluzioni non sono valide ovunque. E sempre l’oggi perenne del Risorto che impone di non rassegnarsi alla ripetizione del passato e di avere il coraggio di domandarsi se le proposte di ieri sono ancora evangelicamente valide.

La Chiesa può compiere la sua missione soltanto se pastori e fedeli si impegnano, insieme, a scrutare i segni dei tempi alla luce del Vangelo, non per applicare ai problemi nuovi i rimedi e le regole del passato, bensì per dare a essi risposte adatte a ogni generazione e alla varietà delle situazioni. L’ascolto reciproco non ha il fine di far prevalere un’opinione su un’altra, ma di creare le condizioni per un’intesa che sia la sintesi di tutte le prospettive e le esperienze.

Il metodo sinodale, ricercando il più ampio consenso possibile, è molto più vantaggioso di quello democratico, che conserva la sua funzione per il governo della società, dove il consenso è basato su una maggioranza e una minoranza. La logica sinodale della convergenza non contraddice la matematica, ma è piuttosto una grammatica di base, la sintassi della comunione.

La conversione per una rinnovata sinodalità/4

In queste settimane fermiamo la nostra attenzione su un tema che non è “di attualità”, ma che è costitutivo della Chiesa e che ci è proposto con forza da Papa Francesco come stile per essere lievito nella pasta del mondo di oggi: lo stile della sinodalità. In questa sezione, ogni settimana ascolteremo alcuni testi che ci aiutano a comprenderne la natura.
Il primo documento che ci guida è come un “testo base” per la riflessione. Anche se può dare l’impressione di essere un testo solo per “addetti ai lavori”, in realtà offre spunti e concetti che sono per tutti e aiutano a dare consistenza ad un tema di cui leggiamo molto, e che ci chiede un vero cambiamento di mentalità. Invito ciascuno a non lasciarsi intimorire da queste pagine, ma a coglierli come passi per costruire uun volto di Chiesa che nell’oggi è segno profetico e presenza del Regno attraverso uno stile che non è organizzazone, ma testimonianza di fraternità e condivisione.

Sinodalità e diaconia sociale

118. Il Popolo di Dio cammina nella storia per condividere con tutti il lievito, il sale, la luce del Vangelo. Per questo, «l’evangelizzazione implica anche un cammino di dialogo»[165] nella compagnia con i fratelli e le sorelle delle diverse religioni, convinzioni e culture che cercano la verità e s’impegnano a costruire la giustizia, per aprire il cuore e la mente di tutti a riconoscere la presenza di Cristo che cammina al nostro fianco. Le iniziative d’incontro, dialogo e collaborazione si accreditano come tappe preziose in questo pellegrinaggio comune e il cammino sinodale del Popolo di Dio si rivela scuola di vita per acquisire l’ethos necessario a praticare senza irenismi e compromessi il dialogo con tutti. Oggi poi, quando la presa di coscienza dell’interdipendenza tra i popoli obbliga a pensare al mondo come alla casa comune, la Chiesa è chiamata a manifestare che la cattolicità che la qualifica e la sinodalità in cui essa si esprime sono fermento di unità nella diversità e di comunione nella libertà. È questo un contributo di fondamentale rilievo che la vita e la conversione sinodale del Popolo di Dio può offrire alla promozione di una cultura dell’incontro e della solidarietà, del rispetto e del dialogo, dell’inclusione e dell’integrazione, della gratitudine e della gratuità.

119. La vita sinodale della Chiesa si offre, in particolare, come diaconia nella promozione di una vita sociale, economica e politica dei popoli nel segno della giustizia, della solidarietà e della pace. «Dio, in Cristo, non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini»[166]. La pratica del dialogo e la ricerca di soluzioni condivise ed efficaci in cui ci s’impegna a costruire la pace e la giustizia sono un’assoluta priorità in una situazione di crisi strutturale delle procedure della partecipazione democratica e di sfiducia nei suoi principi e valori ispirativi, col pericolo di derive autoritarie e tecnocratiche. In questo contesto, è impegno prioritario e criterio di ogni azione sociale del Popolo di Dio l’imperativo di ascoltare il grido dei poveri e quello della terra[167], richiamando con urgenza, nella determinazione delle scelte e dei progetti della società, il posto e il ruolo privilegiato dei poveri, la destinazione universale dei beni, il primato della solidarietà, la cura della casa comune.

CONCLUSIONE

CAMMINARE INSIEME NELLA PARRESIA DELLO SPIRITO

120. «Camminare insieme – insegna Papa Francesco – è la via costitutiva della Chiesa; la cifra che ci permette di interpretare la realtà con gli occhi e il cuore di Dio; la condizione per seguire il Signore Gesù ed essere servi della vita in questo tempo ferito. Respiro e passo sinodale rivelano ciò che siamo e il dinamismo di comunione che anima le nostre decisioni. Solo in questo orizzonte possiamo rinnovare davvero la nostra pastorale e adeguarla alla missione della Chiesa nel mondo di oggi; solo così possiamo affrontare la complessità di questo tempo, riconoscenti per il percorso compiuto e decisi a continuarlo con parresia»[168].

121. La parresìa nello Spirito chiesta al Popolo di Dio nel cammino sinodale è la fiducia, la franchezza e il coraggio di «entrare nell’ampiezza dell’orizzonte di Dio» per «annunciare che nel mondo c’è un sacramento di unità e perciò l’umanità non è destinata allo sbando e allo smarrimento»[169]. L’esperienza vissuta e perseverante della sinodalità è per il Popolo di Dio fonte della gioia promessa da Gesù, fermento di vita nuova, pedana di lancio per una nuova fase di impegno missionario.

Maria, Madre di Dio e della Chiesa, che «radunava i discepoli per invocare lo Spirito Santo (cfr. At 1,14), e così ha reso possibile l’esplosione missionaria che avvenne a Pentecoste»[170], accompagni il pellegrinaggio sinodale del Popolo di Dio, additando la meta e insegnando lo stile bello, tenero e forte di questa nuova tappa dell’evangelizzazione.

La conversione per una rinnovata sinodalità/3

In queste settimane fermiamo la nostra attenzione su un tema che non è “di attualità”, ma che è costitutivo della Chiesa e che ci è proposto con forza da Papa Francesco come stile per essere lievito nella pasta del mondo di oggi: lo stile della sinodalità. In questa sezione, ogni settimana ascolteremo alcuni testi che ci aiutano a comprenderne la natura.
Il primo documento che ci guida è come un “testo base” per la riflessione. Anche se può dare l’impressione di essere un testo solo per “addetti ai lavori”, in realtà offre spunti e concetti che sono per tutti e aiutano a dare consistenza ad un tema di cui leggiamo molto, e che ci chiede un vero cambiamento di mentalità. Invito ciascuno a non lasciarsi intimorire da queste pagine, ma a coglierli come passi per costruire uun volto di Chiesa che nell’oggi è segno profetico e presenza del Regno attraverso uno stile che non è organizzazone, ma testimonianza di fraternità e condivisione.

Sinodalità e cammino ecumenico

115. Il Vaticano II insegna che la Chiesa cattolica, in cui sussiste la Chiesa una e universale di Cristo[157], si riconosce unita per molte ragioni con tutti coloro che sono battezzati[158] e che «lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse (le diverse Chiese e Comunità ecclesiali) come mezzi di salvezza, la cui efficacia deriva dalla medesima pienezza di grazia e di verità che è stata affidata alla Chiesa cattolica»[159]. Di qui l’impegno dei fedeli cattolici a camminare insieme con gli altri cristiani verso la piena e visibile unità nella presenza del Signore Crocefisso e Risorto: l’unico in grado di rimarginare le ferite inflitte al suo Corpo lungo la storia e di riconciliare con il dono dello Spirito le differenze secondo la verità nell’amore.

L’impegno ecumenico descrive un cammino che coinvolge tutto il Popolo di Dio e chiede la conversione del cuore e la reciproca apertura per distruggere i muri di diffidenza che da secoli separano tra loro i cristiani, per scoprire, condividere e gioire delle molte ricchezze che ci uniscono come doni dell’unico Signore in virtù dell’unico Battesimo: dalla preghiera all’ascolto della Parola e all’esperienza del reciproco amore in Cristo, dalla testimonianza del Vangelo al servizio dei poveri ed emarginati, dall’impegno per una vita sociale giusta e solidale a quello per la pace e il bene comune.

116. Occorre registrare con gioia il fatto che il dialogo ecumenico è giunto in questi anni a riconoscere nella sinodalità una dimensione rivelativa della natura della Chiesa e costitutiva della sua unità nella molteplicità delle sue espressioni. Si tratta della convergenza sulla nozione della Chiesa come koinonia, che si realizza in ogni Chiesa locale e nella sua relazione con le altre Chiese, attraverso specifiche strutture e processi sinodali.

Nel dialogo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, il recente Documento di Chieti afferma che la comunione ecclesiale, affondando le radici nella SS.ma Trinità[160], ha sviluppato nel primo millennio, in Oriente e in Occidente, delle «strutture di sinodalità inseparabilmente legate con il primato»[161], la cui eredità teologica e canonica «costituisce il necessario riferimento (…) per guarire la ferita della loro divisione all’inizio del terzo millennio»[162].

Il documento di Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese The Church. Towards a Common Vision sottolinea che «sotto la guida dello Spirito Santo, tutta la Chiesa è sinodale/conciliare, a tutti i livelli della vita ecclesiale: locale, regionale e universale. La sinodalità o conciliarità riflette il mistero della vita trinitaria di Dio, e le strutture della Chiesa la esprimono al fine di realizzare la vita della comunità come comunione»[163].

117. Il consenso su questa visione della Chiesa permette di focalizzare l’attenzione, con serenità e oggettività, sugli importanti nodi teologici che restano da sciogliere. Si tratta, in primo luogo, della questione concernente il rapporto tra la partecipazione alla vita sinodale di tutti i battezzati, in cui lo Spirito di Cristo suscita e alimenta il sensus fidei e la conseguente competenza e responsabilità nel discernimento della missione, e l’autorità propria dei Pastori, derivante da uno specifico carisma conferito sacramentalmente; e, in secondo luogo, dell’interpretazione della comunione tra le Chiese locali e la Chiesa universale espressa attraverso la comunione tra i loro Pastori con il Vescovo di Roma, con la determinazione di quanto pertiene alla legittima pluralità delle forme espressive della fede nelle diverse culture e di quanto inerisce alla sua identità perenne e alla sua unità cattolica.

In tale contesto, l’attuazione della vita sinodale e l’approfondimento del suo significato teologico costituiscono una sfida e un’opportunità di grande rilievo nel prosieguo del cammino ecumenico. È nell’orizzonte della sinodalità infatti che, con fedeltà creativa al depositum fidei e in coerenza con il criterio della hierarchia veritatum[164], si fa promettente quello «scambio di doni» di cui ci si può mutuamente arricchire camminando verso l’unità come armonia riconciliata delle inesauribili ricchezze del mistero di Cristo che si riflettono nella bellezza del volto della Chiesa.

La conversione per una rinnovata sinodalità/2

In queste settimane fermiamo la nostra attenzione su un tema che non è “di attualità”, ma che è costitutivo della Chiesa e che ci è proposto con forza da Papa Francesco come stile per essere lievito nella pasta del mondo di oggi: lo stile della sinodalità. In questa sezione, ogni settimana ascolteremo alcuni testi che ci aiutano a comprenderne la natura.
Il primo documento che ci guida è come un “testo base” per la riflessione. Anche se può dare l’impressione di essere un testo solo per “addetti ai lavori”, in realtà offre spunti e concetti che sono per tutti e aiutano a dare consistenza ad un tema di cui leggiamo molto, e che ci chiede un vero cambiamento di mentalità. Invito ciascuno a non lasciarsi intimorire da queste pagine, ma a coglierli come passi per costruire uun volto di Chiesa che nell’oggi è segno profetico e presenza del Regno attraverso uno stile che non è organizzazone, ma testimonianza di fraternità e condivisione.

L’ascolto e il dialogo per il discernimento comunitario

110. La vita sinodale della Chiesa si realizza grazie all’effettiva comunicazione di fede, di vita e di impegno missionario attivata tra tutti i suoi membri. In essa si esprime la communio sanctorum che vive di preghiera, prende alimento dai Sacramenti, fiorisce nell’amore reciproco e verso tutti, cresce nella partecipazione alle gioie e alle prove della Sposa di Cristo. Nel cammino sinodale la comunicazione è chiamata a esplicitarsi attraverso l’ascolto comunitario della Parola di Dio per conoscere «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,29). «Una Chiesa sinodale è una Chiesa che ascolta (…) Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: ciascuno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo».

111. Il dialogo sinodale implica il coraggio tanto nel parlare quanto nell’ascoltare. Non si tratta d’ingaggiarsi in un dibattito in cui un interlocutore cerca di sopravanzare gli altri o controbatte le loro posizioni con argomenti contundenti, ma di esprimere con rispetto quanto si avverte in coscienza suggerito dallo Spirito Santo come utile in vista del discernimento comunitario, aperti al tempo stesso a cogliere quanto nelle posizioni degli altri è suggerito dal medesimo Spirito «per il bene comune» (cfr. 1Cor 12,7).

Il criterio secondo cui «l’unità prevale sul conflitto» vale in forma specifica per l’esercizio del dialogo, per la gestione delle diversità di opinioni e di esperienze, per imparare «uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», rendendo possibile lo sviluppo di «una comunione nelle differenze». Il dialogo offre infatti l’opportunità di acquisire nuove prospettive e nuovi punti di vista per illuminare l’escussione del tema in oggetto.

Si tratta di esercitare «un modo relazionale di guardare il mondo, che diventa conoscenza condivisa, visione nella visione dell’altro e visione comune su tutte le cose». Per il Beato Paolo VI il vero dialogo è una comunicazione spirituale che richiede attitudini specifiche: l’amore, il rispetto, la fiducia e la prudenza, in «un clima di amicizia, di più, di servizio». Perché la verità – sottolinea Benedetto XVI – «è logos che crea dialogos e, perciò, comunicazione e comunione».

112. Attitudine essenziale nel dialogo sinodale è l’umiltà, che propizia l’obbedienza di ciascuno alla volontà di Dio e la reciproca obbedienza in Cristo. L’apostolo Paolo, nella lettera ai Filippesi, ne illustra il significato e la dinamica in rapporto alla vita di comunione per «avere lo stesso sentire (φρόνησης), la stessa ἁγάπη, essendo un’anima sola e pensando in uno» (2,2). Egli prende di mira due tentazioni che minano alla base la vita della comunità: lo spirito di parte (ἐριθεία) e la vanagloria (κενοδοξία) (2,3a). L’atteggiamento da avere è invece l’umiltà (ταπεινοφροσύνῃ): sia ritenendo gli altri superiori a se stessi, sia mettendo al primo posto il bene e l’interesse comune (2,3b-4). Paolo richiama in merito Colui nel quale per la fede si è costituiti comunità: «pensate e agite tra voi ciò che (è) anche in Cristo Gesù» (2,5). La φρόνησης dei discepoli dev’essere quella che si riceve dal Padre nell’essere in Cristo. La kenosi di Cristo (2,7-10) è la forma radicale della sua obbedienza al Padre e per i discepoli è la chiamata a sentire, pensare e discernere insieme con umiltà la volontà di Dio nella sequela del Maestro e Signore.

113. L’esercizio del discernimento è al cuore dei processi e degli eventi sinodali. Così è sempre stato nella vita sinodale della Chiesa. L’ecclesiologia di comunione e la specifica spiritualità e prassi che ne discendono, coinvolgendo nella missione l’intero Popolo di Dio, fanno sì che diventa «oggi più che mai necessario (…) educarsi ai principi e ai metodi di un discernimento non solo personale ma anche comunitario». Si tratta d’individuare e percorrere come Chiesa, mediante l’interpretazione teologale dei segni dei tempi sotto la guida dello Spirito Santo, il cammino da seguire a servizio del disegno di Dio escatologicamente realizzato in Cristo che vuole realizzarsi in ogni kairós della storia. Il discernimento comunitario permette di scoprire una chiamata che Dio fa udire in una situazione storica determinata.

114. Il discernimento comunitario implica l’ascolto attento e coraggioso dei «gemiti dello Spirito» (cfr. Rm 8, 26) che si fanno strada attraverso il grido, esplicito o anche muto, che sale dal Popolo di Dio: «ascolto di Dio, fino a sentire con Lui il grido del Popolo; ascolto del Popolo, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama». I discepoli di Cristo debbono essere «dei contemplativi della Parola e dei contemplativi del Popolo di Dio». Il discernimento si deve svolgere in uno spazio di preghiera, di meditazione, di riflessione e dello studio necessario per ascoltare la voce dello Spirito; attraverso un dialogo sincero, sereno e obiettivo con i fratelli e le sorelle; con attenzione alle esperienze e ai problemi reali di ogni comunità e di ogni situazione; nello scambio dei doni e nella convergenza di tutte le energie in vista dell’edificazione del Corpo di Cristo e dell’annuncio del Vangelo; nel crogiuolo della purificazione degli affetti e dei pensieri che rende possibile l’intelligenza della volontà del Signore; nella ricerca della libertà evangelica da qualsiasi ostacolo che possa affievolire l’apertura allo Spirito.

La conversione per una rinnovata sinodalità

In queste settimane fermiamo la nostra attenzione su un tema che non è “di attualità”, ma che è costitutivo della Chiesa e che ci è proposto con forza da Papa Francesco come stile per essere lievito nella pasta del mondo di oggi: lo stile della sinodalità. In questa sezione, ogni settimana ascolteremo alcuni testi che ci aiutano a comprenderne la natura.
Il primo documento che ci guida è come un “testo base” per la riflessione. Anche se può dare l’impressione di essere un testo solo per “addetti ai lavori”, in realtà offre spunti e concetti che sono per tutti e aiutano a dare consistenza ad un tema di cui leggiamo molto, e che ci chiede un vero cambiamento di mentalità. Invito ciascuno a non lasciarsi intimorire da queste pagine, ma a coglierli come passi per costruire uun volto di Chiesa che nell’oggi è segno profetico e presenza del Regno attraverso uno stile che non è organizzazone, ma testimonianza di fraternità e condivisione.

103. La sinodalità è ordinata ad animare la vita e la missione evangelizzatrice della Chiesa in unione e sotto la guida del Signore Gesù che ha promesso: «dove sono due o treriuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro»(Mt 18,20), «ecco Io sono con voi sino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Il rinnovamento sinodale della Chiesa passa senz’altro attraverso la rivitalizzazione delle strutture sinodali, ma si esprime innanzi tutto nella risposta alla gratuita chiamata di Dio a vivere come suo Popolo che cammina nella storia verso il compimento del Regno. Di tale risposta si prendono in rilievo in questo capitolo alcune specifiche espressioni: la formazione alla spiritualità di comunione e la pratica dell’ascolto, del dialogo e del discernimento comunitario; la rilevanza per il cammino ecumenico e per una diakonia profetica nella costruzione di un ethos sociale fraterno, solidale e inclusivo.

4.1 Per il rinnovamento sinodale della vita e della missione della Chiesa

104. «Ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente nell’accresciuta fedeltà alla sua vocazione». Nel compimento della sua missione, la Chiesa è dunque chiamata a una costante conversione che è anche una «conversione pastorale e missionaria», consistente in un rinnovamento di mentalità, di attitudini, di pratiche e di strutture, per essere sempre più fedele alla sua vocazione. Una mentalità ecclesiale plasmata dalla coscienza sinodale accoglie con gioia e promuove la grazia in virtù della quale tutti i Battezzati sono abilitati e chiamati a essere discepoli missionari. La grande sfida per la conversione pastorale che ne consegue per la vita della Chiesa oggi è intensificare la mutua collaborazione di tutti nella testimonianza evangelizzatrice a partire dai doni e dai ruoli di ciascuno, senza clericalizzare i laici e senza secolarizzare i chierici, evitando in ogni caso la tentazione di «un eccessivo clericalismo che mantiene i fedeli laici al margine delle decisioni»[132].

105. La conversione pastorale per l’attuazione della sinodalità esige che alcuni paradigmi spesso ancora presenti nella cultura ecclesiastica siano superati, perché esprimono una comprensione della Chiesa non rinnovata dalla ecclesiologia di comunione. Tra essi: la concentrazione della responsabilità della missione nel ministero dei Pastori; l’insufficiente apprezzamento della vita consacrata e dei doni carismatici; la scarsa valorizzazione dell’apporto specifico e qualificato, nel loro ambito di competenza, dei fedeli laici e tra essi delle donne.

106. Nella prospettiva della comunione e dell’attuazione della sinodalità, si possono segnalare alcune fondamentali linee di orientamento nell’azione pastorale:

a. l’attivazione, a partire dalla Chiesa particolare e a tutti i livelli, della circolarità tra il ministero dei Pastori, la partecipazione e corresponsabilità dei laici, gli impulsi provenienti dai doni carismatici secondo la circolarità dinamica tra “uno”, “alcuni” e “tutti”;

b. l’integrazione tra l’esercizio della collegialità dei Pastori e la sinodalità vissuta da tutto il Popolo di Dio come espressione della comunione tra le Chiese particolari nella Chiesa universale;

c. l’esercizio del ministero petrino di unità e di guida della Chiesa universale da parte del Vescovo di Roma nella comunione con tutte le Chiese particolari, in sinergia con il ministero collegiale dei Vescovi e il cammino sinodale del Popolo di Dio;

d. l’apertura della Chiesa cattolica verso le altre Chiese e Comunità ecclesiali nell’impegno irreversibile a camminare insieme verso la piena unità nella diversità riconciliata delle rispettive tradizioni;

e. la diaconia sociale e il dialogo costruttivo con gli uomini e le donne delle diverse confessioni religiose e convinzioni per realizzare insieme una cultura dell’incontro.

4.2. La spiritualità della comunione e la formazione alla vita sinodale

107. L’ethos della Chiesa Popolo di Dio convocato dal Padre e guidato dallo Spirito Santo a formare in Cristo «il sacramento, e cioè il segno e lo strumento, dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» si sprigiona e si alimenta dalla conversione personale alla spiritualità di comunione. Tutti i membri della Chiesa sono chiamati ad accoglierla come dono e impegno dello Spirito che va esercitato nella docilità alle sue mozioni, per educarsi a vivere nella comunione la grazia ricevuta nel Battesimo e portata a compimento dall’Eucaristia: il transito pasquale dall’”io” individualisticamente inteso al “noi” ecclesiale, dove ogni “io”, essendo rivestito di Cristo (cfr. Gal 2,20), vive e cammina con i fratelli e le sorelle come soggetto responsabile e attivo nell’unica missione del Popolo di Dio.

Di qui l’esigenza che la Chiesa divenga «la casa e la scuola della comunione». Senza conversione del cuore e della mente e senza allenamento ascetico all’accoglienza e all’ascolto reciproco a ben poco servirebbero gli strumenti esterni della comunione, che potrebbero anzi trasformarsi in semplici maschere senza cuore né volto. «Se la saggezza giuridica, ponendo precise regole alla partecipazione, manifesta la struttura gerarchica della Chiesa e scongiura tentazioni di arbitrio e pretese ingiustificate, la spiritualità della comunione conferisce un’anima al dato istituzionale con un’indicazione di fiducia e di apertura che pienamente risponde alla dignità e responsabilità di ogni membro del Popolo di Dio».

109. La sinassi eucaristica è la sorgente e il paradigma della spiritualità di comunione. In essa si esprimono gli elementi specifici della vita cristiana chiamati a plasmare l’affectus sinodalis.

a.  L’invocazione della Trinità. La sinassi eucaristica principia dall’invocazione della SS.ma Trinità. Convocata dal Padre, in virtù dell’Eucaristia la Chiesa diventa nell’effusione dello Spirito Santo il sacramento vivente di Cristo: «Dove sono due o più riuniti nel mio Nome, ivi sono Io in mezzo ad essi» (cfr. Mt 18,19). L’unità della SS.ma Trinità nella comunione delle tre divine Persone si manifesta nella comunità cristiana chiamata a vivere «l’unione nella verità e nella carità», attraverso l’esercizio dei rispettivi doni e carismi ricevuti dallo Spirito Santo, in vista del bene comune.

b.  La riconciliazione. La sinassi eucaristica propizia la comunione attraverso la riconciliazione con Dio e con i fratelli. La confessio peccati celebra l’amore misericordioso del Padre ed esprime la volontà di non seguire la via della divisione causata dal peccato ma il cammino dell’unità: «Quando presenti la tua offerta all’altare e ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi presenta la tua offerta» (Mt 5,23-24). Gli eventi sinodali implicano il riconoscimento delle proprie fragilità e la richiesta del reciproco perdono. La riconciliazione è il cammino per vivere la nuova evangelizzazione.

c.  L’ascolto della Parola di Dio. Nella sinassi eucaristica si ascolta la Parola per accoglierne il messaggio e di esso illuminare il cammino. S’impara ad ascoltare la voce di Dio meditando la Scrittura, specialmente il Vangelo, celebrando i Sacramenti, soprattutto l’Eucaristia, accogliendo i fratelli, specialmente i poveri. Chi esercita il ministero pastorale ed è chiamato a spezzare il pane della Parola insieme al Pane eucaristico, deve conoscere la vita della comunità per comunicare il messaggio di Dio nel qui e nell’ora che essa vive. La struttura dialogica della liturgia eucaristica è il paradigma del discernimento comunitario: prima di ascoltarsi gli uni gli altri, i discepoli debbono ascoltare la Parola.

d.  La comunione. L’Eucaristia «crea comunione e propizia la comunione» con Dio e con i fratelli. Generata dal Cristo mediante lo Spirito Santo, la comunione è partecipata da uomini e donne che, avendo la stessa dignità di Battezzati, ricevono dal Padre ed esercitano con responsabilità diverse vocazioni – che scaturiscono dal Battesimo, dalla Confermazione, dall’Ordine sacro e da specifici doni dello Spirito Santo – per formare un solo Corpo dalle molte membra. La ricca e libera convergenza di questa pluralità nell’unità è ciò che va attivato negli eventi sinodali.

e.  La missione. Ite, missa est. La comunione realizzata dall’Eucaristia urge alla missione. Chi partecipa del Corpo di Cristo è chiamato a condividerne l’esperienza gioiosa con tutti. Ogni evento sinodale spinge la Chiesa a uscire dall’accampamento (cfr. Eb 13,13) per portare Cristo agli uomini che sono in attesa della sua salvezza. Sant’Agostino afferma che dobbiamo «avere un cuor solo e un’anima sola nel cammino verso Dio». L’unità della comunità non è vera senza questo télos interiore che la guida lungo i sentieri del tempo verso la meta escatologica di «Dio tutto in tutti» (cfr. 1Cor 15,28). Occorre sempre farsi interpellare dalla domanda: come possiamo essere in verità Chiesa sinodale se non viviamo “in uscita” verso tutti per andare insieme verso Dio?

Verso una teologia della sinodalità/2

La sinodalità espressione dell’ecclesiologia di comunione

In queste settimane fermiamo la nostra attenzione su un tema che non è “di attualità”, ma che è costitutivo della Chiesa e che ci è proposto con forza da Papa Francesco come stile per essere lievito nella pasta del mondo di oggi: lo stile della sinodalità. In questa sezione, ogni settimana ascolteremo alcuni testi che ci aiutano a comprenderne la natura.
Il primo documento che ci guida è come un “testo base” per la riflessione. Anche se può dare l’impressione di essere un testo solo per “addetti ai lavori”, in realtà offre spunti e concetti che sono per tutti e aiutano a dare consistenza ad un tema di cui leggiamo molto, e che ci chiede un vero cambiamento di mentalità. Invito ciascuno a non lasciarsi intimorire da queste pagine, ma a coglierli come passi per costruire uun volto di Chiesa che nell’oggi è segno profetico e presenza del Regno attraverso uno stile che non è organizzazone, ma testimonianza di fraternità e condivisione.

Propongo qui di seguito alcuni passi, o meglio “numeri”, dal secondo capitolo del documento indicato nella forto accanto.

54. La Costituzione dogmatica Lumen gentium offre i principi essenziali per una pertinente intelligenza della sinodalità nella prospettiva dell’ecclesiologia di comunione. […]

55. La sinodalità esprime l’essere soggetto di tutta la Chiesa e di tutti nella Chiesa. I credenti sono σύνoδοι, compagni di cammino, chiamati a essere soggetti attivi in quanto partecipi dell’unico sacerdozio di Cristo e destinatari dei diversi carismi elargiti dallo Spirito Santo in vista del bene comune. La vita sinodale testimonia una Chiesacostituita dasoggetti liberi ediversi, tra loro uniti in comunione, che si manifesta in forma dinamica come un solo soggetto comunitario il quale, poggiando sulla pietra angolare che è Cristo e sulle colonne che sono gli Apostoli, viene edificato come tante pietre vive in una «casa spirituale» (cfr. 1Pt 2,5), «dimora di Dio nello Spirito» (Ef 2,22).

56. Tutti i fedeli sono chiamati a testimoniare ed annunciare la Parola di verità e di vita, in quanto sono membri del Popolo di Dio profetico, sacerdotale e regale in virtù del Battesimo. I Vescovi esercitano la loro specifica autorità apostolica nell’insegnare, nel santificare e nel governare la Chiesa particolare affidata alla loro cura pastorale a servizio della missione del Popolo di Dio. […]

57.  Assumendo la prospettiva ecclesiologica del Vaticano II, Papa Francesco tratteggia l’immagine di una Chiesa sinodalecome «una piramide rovesciata» che integra il Popolo di Dio, il Collegio Episcopale e in esso, col suo specifico ministero di unità, il Successore di Pietro. In essa, il vertice si trova al di sotto della base.

«La sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa, ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico. (…) Gesù ha costituito la Chiesa ponendo al suo vertice il Collegio apostolico, nel quale l’apostolo Pietro è la “roccia” (cfr. Mt 16,18), colui che deve “confermare” i fratelli nella fede (cfr. Lc 22,32). Ma in questa Chiesa, come in una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della base. Per questo coloro che esercitano l’autorità si chiamano “ministri”: perché, secondo il significato originario della parola, sono i più piccoli tra tutti».

2.4. La sinodalità nel dinamismo della comunione cattolica

58. La sinodalità è un’espressione viva della cattolicità della Chiesa comunione. Nella Chiesa Cristo è presente come il Capo unito al suo Corpo (Ef 1,22-23) così che essa da Lui riceve la pienezza dei mezzi di salvezza. La Chiesa è cattolica anche perché inviata a tutti gli uomini per riunire l’intera famiglia umana nella ricchezza plurale delle sue espressioni culturali, sotto la signoria del Cristo e nell’unità del suo Spirito. Il cammino sinodale ne esprime e promuove la cattolicità in questo duplice senso: esibisce la forma dinamica in cui la pienezza della fede è condivisa da tutti i membri del Popolo di Dio e ne propizia la comunicazione a tutti gli uomini e a tutti i popoli.

59. In quanto cattolica, la Chiesa realizza l’universale nel locale e il locale nell’universale. La particolarità della Chiesa in un luogo si realizza in seno alla Chiesa universale e la Chiesa universale si manifesta e realizza nelle Chiesi locali e nella loro comunione reciproca e con la Chiesa di Roma.

«Una Chiesa particolare, che si separasse volontariamente dalla Chiesa universale, perderebbe il suo riferimento al disegno di Dio (…). La Chiesa toto orbe diffusa diventerebbe un’astrazione se non prendesse corpo e vita precisamente attraverso le Chiese particolari. Solo una permanente attenzione ai due poli della Chiesa ci consentirà di percepire la ricchezza di questo rapporto»[69].

60. L’intrinseca correlazione di questi due poli si può esprimere come mutua inabitazione dell’universale e del locale nell’unica Chiesa di Cristo. Nella Chiesa in quanto cattolica la varietà non è mera coesistenza ma compenetrazione nella mutua correlazione e dipendenza: una pericoresis ecclesiologica nella quale la comunione trinitaria incontra la sua immagine ecclesiale. La comunione delle Chiese tra loro nell’unica Chiesa universale illumina il significato ecclesiologico del “noi” collegialedell’episcopato raccolto nell’unità cum Petro et sub Petro.

2.6. Partecipazione e autorità nella vita sinodale della Chiesa

67. Una Chiesa sinodale è una Chiesa partecipativa e corresponsabile. Nell’esercizio della sinodalità essa è chiamata ad articolare la partecipazionedi tutti, secondo la vocazione di ciascuno, con l’autoritàconferita da Cristo al Collegio dei Vescovi con a capo il Papa. La partecipazione si fonda sul fatto che tutti i fedeli sono abilitati e chiamati a mettere a servizio gli uni degli altri i rispettivi doni ricevuti dallo Spirito Santo. L’autorità dei Pastori è un dono specifico dello Spirito di Cristo Capo per l’edificazione dell’intero Corpo, non una funzione delegata e rappresentativa del popolo. Su questo punto è opportuno fare due precisazioni.

68. La prima si riferisce al significato e al valore della consultazione di tutti nella Chiesa. La distinzione tra voto deliberativo e voto consultivo non deve portare a una sottovalutazione dei pareri e dei voti espressi nelle diverse assemblee sinodali e nei diversi consigli. L’espressione votum tantum consultivum, per designare il peso delle valutazioni e delle proposte in tali sede avanzate, risulta inadeguata se la si comprende secondo la mens del diritto civile nelle sue diverse espressioni[81].

La consultazione che si esprime nelle assemblee sinodali è infatti diversamente qualificata, perché i membri del Popolo di Dio che vi partecipano rispondono alla convocazione del Signore, ascoltano comunitariamente ciò che lo Spirito dice alla Chiesa attraverso la Parola di Dio che risuona nell’attualità e interpretano con gli occhi della fede i segni dei tempi. Nella Chiesa sinodale tutta la comunità, nella libera e ricca diversità dei suoi membri, è convocata per pregare, ascoltare, analizzare, dialogare, discernere e consigliare nel prendere le decisioni pastorali più conformi al volere di Dio. Per giungere a formulare le proprie decisioni, i Pastori debbono dunque ascoltare con attenzione i desideri (vota) dei fedeli. Il diritto canonico prevede che essi, in casi specifici, debbano operare solo dopo aver sollecitato e acquisito i diversi pareri secondo le formalità giuridicamente determinate[82].

69. La seconda precisazione riguarda la funzione di governo propria dei Pastori[83]. Non si dà esteriorità né separazione tra la comunità e i suoi Pastori – che sono chiamati ad agire in nome dell’unico Pastore –, ma distinzione di compiti nella reciprocità della comunione. Un sinodo, un’assemblea, un consiglio non può prendere decisioni senza i legittimi Pastori. Il processo sinodale deve realizzarsi in seno a una comunità gerarchicamente strutturata. In una Diocesi, ad esempio, è necessario distinguere tra il processo per elaborare una decisione (decision-making) attraverso un lavoro comune di discernimento, consultazione e cooperazione, e la presa di decisione pastorale (decision-taking) che compete all’autorità del Vescovo, garante dell’apostolicità e cattolicità. L’elaborazione è un compito sinodale, la decisione è una responsabilità ministeriale. Un pertinente esercizio della sinodalità deve contribuire a meglio articolare il ministero dell’esercizio personale e collegiale dell’autorità apostolica con l’esercizio sinodale del discernimento da parte della comunità.

70. In sintesi, alla luce delle sue fonti normative e dei suoi fondamenti teologali, richiamati nei capitoli 1 e 2, si può abbozzare una descrizione articolata della sinodalità come dimensione costitutiva della Chiesa.

a) La sinodalità designa innanzi tutto lo stile peculiare che qualifica la vita e la missione della Chiesa, esprimendone la natura come il camminare insieme e il riunirsi in assemblea del Popolo di Dio convocato dal Signore Gesù nella forza dello Spirito Santo per annunciare il Vangelo. Essa deve esprimersi nel modo ordinario di vivere e operare della Chiesa. Tale modus vivendi et operandi si realizza attraverso l’ascolto comunitario della Parola e la celebrazione dell’Eucaristia, la fraternità della comunione e la corresponsabilità e partecipazione di tutto il Popolo di Dio, ai suoi vari livelli e nella distinzione dei diversi ministeri e ruoli, alla sua vita e alla sua missione.

b) La sinodalità designa poi, in senso più specifico e determinato dal punto di vista teologico e canonico, quelle strutture e quei processi ecclesiali in cui la natura sinodale della Chiesa si esprime a livello istituzionale, in modo analogo, sui vari livelli della sua realizzazione: locale, regionale, universale. Tali strutture e processi sono a servizio del discernimento autorevole della Chiesa, chiamata a individuare la direzione da seguire in ascolto dello Spirito Santo.

c) La sinodalità designa infine l’accadere puntuale di quegli eventi sinodali in cui la Chiesa è convocata dall’autorità competente e secondo specifiche procedure determinate dalla disciplina ecclesiastica, coinvolgendo in modi diversi, sul livello locale, regionale e universale, tutto il Popolo di Dio sotto la presidenza dei Vescovi in comunione collegiale e gerarchica con il Vescovo di Roma, per il discernimento del suo cammino e di particolari questioni, e per l’assunzione di decisioni e orientamenti al fine di adempiere alla sua missione evangelizzatrice.

Verso una teologia della sinodalità

I fondamenti della sinodalità

In queste settimane fermiamo la nostra attenzione su un tema che non è “di attualità”, ma che è costitutivo della Chiesa e che ci è proposto con forza da Papa Francesco come stile per essere lievito nella pasta del mondo di oggi: lo stile della sinodalità. In questa sezione, ogni settimana ascolteremo alcuni testi che ci aiutano a comprenderne la natura.
Il primo documento che ci guida è come un “testo base” per la riflessione. Anche se può dare l’impressione di essere un testo solo per “addetti ai lavori”, in realtà offre spunti e concetti che sono per tutti e aiutano a dare consistenza ad un tema di cui leggiamo molto, e che ci chiede un vero cambiamento di mentalità. Invito ciascuno a non lasciarsi intimorire da queste pagine, ma a coglierli come passi per costruire uun volto di Chiesa che nell’oggi è segno profetico e presenza del Regno attraverso uno stile che non è organizzazone, ma testimonianza di fraternità e condivisione.

Propongo qui di seguito alcuni passi, o meglio “numeri”, dal secondo capitolo del documento indicato nella forto accanto.

42. L’insegnamento della Scrittura e della Tradizione attesta che la sinodalità è dimensione costitutiva della Chiesa, che attraverso di essa si manifesta e configura come Popolo di Dio in cammino e assemblea convocata dal Signore risorto. Nel capitolo 1 si è evidenziato, in particolare, il carattere esemplare e normativo del Concilio di Gerusalemme (At 15,4-29). Esso mostra in atto, a fronte di una sfida decisiva per la Chiesa delle origini, il metodo del discernimento comunitario e apostolico che è espressione della natura stessa della Chiesa, mistero di comunione con Cristo nello Spirito Santo La sinodalità non designa una semplice procedura operativa, ma la forma peculiare in cui la Chiesa vive e opera. In questa prospettiva, alla luce dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, questo capitolo mette a tema i fondamenti e contenuti teologali della sinodalità.

2.1. I fondamenti teologali della sinodalità

43. La Chiesa è de Trinitate plebs adunata chiamata e abilitata come Popolo di Dio a indirizzare il suo cammino nella missione «al Padre, per mezzo del Figlio nello Spirito Santo». La Chiesa partecipa così, in Cristo Gesù e mediante lo Spirito Santo, alla vita di comunione della SS.ma Trinità destinata ad abbracciare l’intera umanità. Nel dono e nell’impegno della comunione si trovano la sorgente, la forma e lo scopo della sinodalità in quanto essa esprime lo specifico modus vivendi et operandi del Popolo di Dio nella partecipazione responsabile e ordinata di tutti i suoi membri al discernimento e alla messa in opera delle vie della sua missione. Nell’esercizio della sinodalità si traduce infatti in concreto la vocazione della persona umana a vivere la comunione che si realizza, attraverso il dono sincero di sé, nell’unione con Dio e nell’unità coi fratelli e le sorelle in Cristo.

46. L’azione dello Spirito nella comunione del Corpo di Cristo e nel cammino missionario del Popolo di Dio è il principio della sinodalità. Egli infatti, essendo il nexus amoris nella vita di Dio Trinità, comunica questo stesso amore alla Chiesa che si edifica come κοινωνία τοῦἁγίου πνεύματος(2Cor 13,13). Il dono dello Spirito Santo, unico e medesimo in tutti i Battezzati, si manifesta in molte forme: l’uguale dignità dei Battezzati; la vocazione universale alla santità; la partecipazione di tutti i fedeli all’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Gesù Cristo; la ricchezza dei doni gerarchici e carismatici; la vita e la missione di ogni Chiesa locale.

47. Il cammino sinodale della Chiesa è plasmato e alimentato dall’Eucaristia. Essa è «il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per le Chiese locali e per i fedeli cristiani». La sinodalità ha la sua fonte e il suo culmine nella celebrazione liturgica e in forma singolare nella partecipazione piena, consapevole e attiva alla sinassi eucaristica. La comunione con il Corpo e il Sangue di Cristo fa sì che, «benché siamo molti, siamo un solo Pane e un solo Corpo, poiché tutti partecipiamo di un solo Pane» (1Cor 11,17). L’Eucaristia rappresenta e realizza visibilmente l’appartenenza al Corpo di Cristo e la coappartenenza tra i cristiani (1Cor 12,12). Attorno alla mensa eucaristica si costituiscono e si incontrano nell’unità dell’unica Chiesa le diverse Chiese locali. La sinassi eucaristica esprime e realizza il “noi” ecclesiale della communio sanctorum in cui i fedeli sono resi partecipi della multiforme grazia divina.

48. Il Signore effonde il suo Spirito in ogni luogo e in ogni tempo sul Popolo di Dio per renderlo partecipe della sua vita, nutrendolo con l’Eucaristia e guidandolo in comunione sinodale. «L’essere veramente “sinodale” quindi è l’avanzare in armonia sotto l’impulso dello Spirito». Benché i processi e gli eventi sinodali abbiano un inizio, uno sviluppo e una conclusione, la sinodalità descrive in forma specifica il cammino storico della Chiesa in quanto tale, ne anima le strutture, ne indirizza la missione.

2.2. Il cammino sinodale del Popolo di Dio pellegrino e missionario

49. La sinodalità manifesta il carattere “pellegrino” della Chiesa. L’immagine del Popolo di Dio, convocato di tra le nazioni (At 2, 1-9; 15,14), esprime la sua dimensione sociale, storica e missionaria, che corrisponde alla condizione e alla vocazione dell’essere umano quale homo viator. Il cammino è l’immagine che illumina l’intelligenza del mistero di Cristo come la Via che conduce al Padre. Gesù è la Via di Dio verso l’uomo e di questi verso Dio. L’evento di grazia con cui Egli s’è fatto pellegrino, piantando la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14), si prolunga nel cammino sinodale della Chiesa.

50. La Chiesa cammina con Cristo, per mezzo di Cristo e in Cristo. Egli, il Viandante, la Via e la Patria, dona il suo Spirito d’amore (Rm 5,5) perché in Lui possiamo seguire la «via più perfetta» (1Cor 12,31). La Chiesa è chiamata a ricalcare le orme del suo Signore finché Egli ritorni (1Cor 11,26). È il Popolo della Via (At 9,2; 18,25; 19,9) verso il Regno celeste (Fil 3,20). La sinodalità è la forma storica del suo camminare in comunione sino al riposo finale (Eb 3,7-4,44). La fede, la speranza e la carità guidano e informano il pellegrinaggio dell’assemblea del Signore «in vista della città futura» (Eb 3,14). I cristiani sono «gente di passaggio e stranieri» nel mondo (1Pt 2,11), insigniti del dono e della responsabilità di annunciare a tutti il Vangelo del Regno.

51. Il Popolo di Dio è in cammino sino alla fine dei tempi (Mt 28,20) e sino ai confini della terra (At 1,8). La Chiesa vive attraverso lo spazio nelle diverse Chiese locali e cammina attraverso il tempo dalla pasqua di Gesù sino alla sua parusía. Essa costituisce un singolare soggetto storico in cui è già presente e operante il destino escatologico dell’unione definitiva con Dio e dell’unità della famiglia umana in Cristo. La forma sinodale del suo cammino esprime e promuove l’esercizio della comunione in ognuna delle Chiese locali pellegrine e tra di esse nell’unica Chiesa di Cristo.

52. La dimensione sinodale della Chiesa implica la comunione nella Tradizione viva della fede delle diverse Chiese locali tra loro e con la Chiesa di Roma, sia in senso diacronico – antiquitas – sia in senso sincronico – universitas. La trasmissione e la ricezione dei Simboli della fede e delle decisioni dei Sinodi locali, provinciali e, in modo specifico e universale, dei Concili ecumenici, ha espresso e garantito in modo normativo la comunione nella fede professata dalla Chiesa ovunque, sempre e da tutti.

53. La sinodalità è vissuta nella Chiesa a servizio della missione. Ecclesia peregrinans natura sua missionaria est, essa esiste per evangelizzare. Tutto il Popolo di Dio è il soggetto dell’annuncio del Vangelo. In esso, ogni Battezzato è convocato per essere protagonista della missione poiché tutti siamo discepoli missionari. La Chiesa è chiamata ad attivare in sinergia sinodale i ministeri e i carismi presenti nella sua vita per discernere le vie dell’evangelizzazione in ascolto della voce dello Spirito.

I cristiani, segni di speranza perché vivono per l’eternità, certi che solo la vita donata è feconda

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

Sperare, per il cristiano, è vivere nel mondo fissando lo sguardo in Dio e nella sua promessa di fedeltà. Sperare pone così nell’orizzonte della vita eterna, dove la vita guadagnata e compiuta è solo quella donata.
Su questo molti cristiani sono perfettamente d’accordo. Il difficile sta nel passare ai fatti. Vivere per l’eternità esige un tale cambiamento di prospettiva, un capovolgimento così radicale, che faticano a pervenirvi anche le migliori volontà. Gesù invita a capovolgere la nostra maniera di vedere il mondo. Si tratta di vivere orientati verso il cielo. Si tratta di capovolgere i valori e la logica del mondo, i valori del successo e della riuscita, per vivere la logica del Regno. Questo Regno in cui gli ultimi sono i primi, dove si possiede solo ciò che si dà, dove solo i deboli sono forti. E’ un po’ folle quando ci si pensa. Se fossimo veri cristiani, gli altri dovrebbero trovare che siamo un po’ matti. E’ guardando il mondo alla rovescia, uscendo dalle nostre logiche così familiari di egoismo e sicurezza, che si vede finalmente il mondo così com’è, ovvero come Dio lo ha voluto. La conversione chiede di imparare tutto di nuovo, a piccoli passi, come un bambino chemuove i suoi primi passi. E per vivere la vita cristiana , la vita del convertito, occorrerà avere fiducia in Dio, come da piccoli l’avevamo nei genitori.

Per nostra grande fortuna, esiste un luogo per questo apprendistato: l’eucaristia. Coloro che vanno a Messa sanno di non essere perfetti. E’ proprio per questo che ci vanno. Incapaci di donare la loro vita, di vivere per l’eternità, vengono a imparare a farlo radunandosi attorno alla sorgente di ogni dono. Andare a messa significa fare memoria che la fede cristiana è fondata su uno sbandamento, uno catastrofe, da cui, normalmente, essa non avrebbe mai potuto rimettersi. Per la comunità dei discepoli, la Passione è una piccola distruzione di Gerusalemme, una ragione di smarrire ogni speranza. Ed è questo senso di abbandono che Gesù è venuto a riempire con una parola che a esso dava tutto il suo senso: “Questo è il mio corpo, dato per voi”. Questo cambiava tutto. Da allora, non c’è atto di speranza più grande che venire ad ascoltare di nuovo questa Parola piantata al cuore della disgrazia, dell’angoscia, dell’assurdo. Andare a messa perché Gesù, ancora una volta, qui ci dà la sua vita. Andare per riceverla, per accettare di vivere, finalmente, di questa vita donata. Andare a messa perché non esiste altro modo di imparare a dare la propria vita che cominciare con il riceverla.

Lo dimentichiamo troppo spesso: il comandamento supremo, “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” non ci propone l’amore di Cristo come un esempio da imitare, che sarebbe per definizione fuori dalla nostra portata, “Come io ho amato voi” ha un senso ben più forte di quello di un modello: indica la fonte del nostro amore. Amatevi gli uni gli altri con l’amore con cui vi ho amato, con l’amore con cui non cesso di amarvi. Se tu dovessi amare gli altri con le risorse del tuo proprio cuore, ti troveresti ben presto a corto di carburante. Vieni a servirti qui al mio cuore, vieni a servirti al mio amore – quello che ti dono quando do la mia vita in questo pane e vino.

La nostra Gerusalemme è caduta, ma non è la prima volta nella storia della Chiesa d’Occidente. Le prime comunità monastiche, di fronte al crollo della “loro” Gerusalemme, si sono sforzate, nel disfacimento rapido del loro mondo, di salvare ciò che doveva essere salvato. Fuggite dal mondo per attendere alla propria salvezza, non hanno fatto dei loro monasteri delle piccole comunità ripiegate su di sé, o, ancor meno, occupate a gettare improperi sul presente e a celebrare il passato. Ciò che celebrano i monaci è la salvezza che Dio non cessa di offrire, la sua misericordia, la sua fedeltà, la sua presenza, tanto in un mondo in piena disgregazione come, ieri, nei momenti più alti dell’impero cristiano. Non cercano di lottare contro il mondo che li circonda, ma di farvi vivere la presenza di Dio, di proporgli instancabilmente la salvezza di cui esso ha così bisogno. Probabilmente si ripetevano l’un l’altro, quei monaci custodi della speranza del mondo, l’inquieta domanda che veniva fatta al profeta Isaia: “Sentinella, quanto resta della notte?” Consapevoli di essere sentinelle, potevano guardare la notte senza terrore, perché avevano nel profondo di sé abbastanza luce per non dubitare dell’esistenza del mattino.
Senza saperlo, spesso il nostro mondo ci pone la stessa domanda: “Sentinella, quanto resta della notte?”. Ci interroga sulla nostra speranza, e non attende da noi discorsi rassicuranti, teorie tranquillizzanti che provino che domani tutto andrà meglio; il mondo si aspetta da noi che viviamo per l’eternità, che noi viviamo per quello che conta davvero e che non passerà mai.

Sperare è credere che l’amore è più solido di tutto il resto

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

Sperare non è mentire a sé stessio nascondere la testa sotto la sabbia. E’ credere che l’amore è più solido di tutto il resto perché è il solo che ha promesse di eternità. Non passerà mai, dice san Paolo. Quando il mondo attorno a noi ci fa paura, la speranza cristiana non dice di stare lì a piagnucolare perché tutto va male, e neanche di sorridere stupidamente perché tutto andrà comunque bene; non ci invita ad aspettare che Dio distrugga questo mondo per farne un altro. Ci pone una domanda molto semplice: come fare di tutto questo un’occasione per amare di più?
Trasformare gli avvenimenti in opportunità di amare vuol dire riprodurre nel quotidiano il miracolo di Cana. Cambiare l’acqua della vita ordinaria in vino di vita eterna.

Un ingorgo stradale, di per sé, non ha un sapore proprio. Siamo noi che scegliamo, quasi come un riflesso, di farne un motivo di irritazione se non di nervosismo. Ed è vero per ogni cosa: tutto avrà il sapore che gli diamo noi. Sono tutte situazioni che ci mettono davanti persone da amare di più; tutte ci procurano occasioni di amare, dunque di essere felici. E’ sufficiente pensarci sopra un istante, ed è un esercizio che ci riesce meglio se lo rendiamo sempre di più una abitudine. E’ una abitudine che vale la pena prendere, perché, se ci esercitiamo su minuscoli avvenimenti, sapremo allora, a poco a poco, imprimere la stessa trasformazione in avvenimenti più rilevanti, e più difficili. Scegliere di fare di ogni accadimenti un luogo in cui amare di più vuol dire farne qualcosa, dar loro un senso. E’ un esercizio vitale. Scegliere di trasformare l’acqua in vino significa diventare portatori di gioia e di salvezza, per noi stessi e per gli altri.

La speranza ci dice che così possiamo cambiare il male assoluto in bene inestimabile. Che cosa c’è di peggio della croce su cui è stato torturato il più innocente degli uomini, il Figlio di Dio? Da questo punto di vista, bisogna riconoscere quello che c’è di rivoltante in una affermazione che ripetiamo troppo macchinalmente, al punto da non farci più caso: “Siamo salvati dalla croce”. La croce non salva nessuno. Uccide, fa soffrire: è uno strumento di supplizio, certo non di salvezza. Quando diciamo che essa salva è evidentemente a motivo di una scorciatoia di linguaggio. Non è la croce che salva chicchessia, ma la maniera in cui Gesù ha vissuto il supplizio della croce.
La croce non salva nessuno, ma dal momento che egli ha fatto della croce il luogo dell’amore più grande e che, senza rimuginare sul suo statuto di vittima né negare il male che gli veniva fatto, ha scelto il perdono universale e su di essa ha dato la vita che volevano togliergli, la croce è diventata, senza volere, lo strumento della salvezza.

Se noi siamo cristiani, se siamo il corpo di Cristo, allora è normale anche essere anche noi inchiodati sulla croce. Lo sappiamo fin dall’inizio. Ma ci rimane di accettare di farne uno strumento di salvezza del mondo.
Riecco il “sacrificio”. Decisamente i cristiani non sanno farne a meno. Eppure ne diffidiamo perché, come la rinuncia, si possono generare tragici controsensi. Dobbiamo ritornare alla definizione di Sant’Agostino, per il quale “sacrificio” è ogni azione che compiamo per unirci a Dio. Ora, unirsi a Dio è fare come Lui ha fatto: donarsi. Donarsi non significa perdersi; dare qualcosa a Dio non è distruggerla, ancor meno rovinarla. Al contrario, è darle il suo senso, il suo giusto posto alla luce della vita eterna. Solo ciò che è donato è vivo. La vita eterna è non vivere più per sé stessi.
E’ avere dato la propria vita. Questo non significa morire, ma anzi essere disponibili: a un servizio, a un incontro, a un sorriso. Dare la vita non è perderla, ma viverla appieno; è guadagnarla.

Sperare è adottare il punto di vista dell’eternità, dell’amore

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

La vita aperta dalla speranza è il possesso di Dio come Salvezza; è quella che più comunemente è chiamata la vita eterna. Sarebbe forse l’ora di parlarne perché è un tema di cui non si parla quasi mai, ma che adesso, si impone. La salvezza, se è portatrice della vera gioia, non è affatto una piacevole passeggiata! Se volessi essere onesto fino in fondo, dovrei smettere di giocare sulle ambiguità tra felicità e vita eterna, e dire con chiarezza che, se si ricerca l’armonia con gli elementi, l’annullamento di ogni sofferenza, la Chiesa non ha nulla da offrire. In magazzino ha un unico prodotto: la salvezza, la vita eterna. Se lascio intendere che abbiamo altre cose, allora rischio di ingannare chi mi ascolta. Ma quando parlo di salvezza, quando parlo di vita eterna, non parlo della vita dopo la morte. Non solo, in ognin caso. Perché, se è eterna, non si trova nello svolgimento del tempo: essa è fuori del tempo, o più esattamente, è tutto il tempo. Adesso, come pure dopo la mia morte quando vedrò Dio faccia a faccia.
Se Gesù ci apre la vita eterna, vuol dire che ci obbliga a rinunciare alle nostre frontiere tra vita quaggiù e vita nell’aldilà: è la medesima vita! La vita eterna comncia adesso e prosegue eternamente. Ciò non significa che continuerà sempre identica.

Sperare è qualcosa di molto concreto: è credere che Dio ci rende capaci di porre degli atti eterni. Che, quando ci amiamo, questo amore non è semlicemente un bel sentimento in un oceano di assurdità votato alla morte, ma una finestra che apriamo sull’eternità. Perché gli atti eterni, gli atti che noi possiamo fare e i cui frutti sono eterni, sono, naturalmente, gli atti di amore, i soli che contino. Sono questi che costruiscono, già nel nostro mondo, l’eternità, il Regno di Dio.

Questo ci obbliga a rinunciare a una visione assai corrente, e per dirla tutta, molto infantilizzante, della vita eterna come ricompensa. Essa non ci viene data per congratularci di aver creduto nel buon Dio o per aver evitato per lo meno i peccati più gravi. Non c’è da una parte la vita cristiana in questo mondo, faticosa, piena di sacrifici e di sofferenza da sopportare stringendo pazientemente i denti, e dall’altra la vita eterna, fatta di delizie e dolcezze, per rimetterci in forma dopo le fatiche della prima: è la medesima vita, e se qualcuno prova fastidio della presenza di Dio in questa vita, c’è da temere che non se ne rallegri granché dopo la morte.

Sperare, nella pratica, non è soltanto credere che siamo esseri capaci di eternità: è vivere preferendo l’eterno al resto, facendo passare l’eterno al primo posto, prima di ciò che è urgente, prima di tutto il resto che ci pare al momento così importante.
Sperare significa adottare il punto di vista dell’eternità: non un punto di vista freddo e lontano, ma, al contrario, il punto di vista dell’amore.

Come cambierebbero le nostre vite se sapessimo ordinare le nostre priorità in funzione della quota di eternità delle nostre azioni: l’ambizione, l’ansia, il denaro, la voglia di emergere sugli altri si ritroverebbero ben presto a fondo scala. Scopriremmo che preparare un dolce per una vicina isolata, a cui questo gesto farebbe piacere, realizza l’eternità molto più di quanto le dosi di farina, zucchero e uova non lacerebbe credere.

La vita eterna non è dunque una forma di evasione, un modo di cercare rifugio dal male e dalla finitudine del nostro universo il aldilà immaginari o procrastinati ad un avvenire soprannaturale, come è stato rimproverato al cristianesimo, accusato di trascurare la vita presente. Essa permette, anzi, e con grande concretezza, di prendere il nostro mondo sul serio, guardandolo così com’è, dando a ciascuno dei suoi elementi il posto giusto, il peso giusto.