La golosità o ingordigia/1

Mangiare per vivere e ringraziare
oppure vivere pe riempirsi, compensare e dimenticare

Continuiamo lo studio delle malattie spirituali con quella che è la più incarnata e più quotidiana: la golosità o ingordigia, o voracità nell’atto di mangiare, cioè la malattia che concerne il nostro rapporto con il cibo, e dunque con la vita stessa. Siamo esseri di fame e di desiderio, esseri dipendenti. Come parlare, oggi, della nostra dipendenza dall’alimentazione, mentre la società ci porta a preferire l’indipendenza e l’autonomia? Mangiamo dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina, poiché mangiamo per vivere. Di che cosa siamo affamati? L’abbondanza televisiva di trasmissioni di cucina nasconde o rivela ciò che accade non solo negli stomaci, ma forse anche nei desideri di altri titpi di fame e sete.

Gesù: un “ingordo”?
Il cibo è buono, e l’atto del mangiare è essenziale – tutta la Bibbia lo testimonia. Nei quattro Vangeli Gesù partecipa a numerosi pasti. Quando Gesù mangia con i suoi amici, privilegia la prossimità e l’incontro in verità attorno a un bisogno fondamentale: quello di mangiare. Egli sa che il pasto consumato insieme è il momento del dono; ciascuno dona all’altro qualcosa di se stesso nella condivisione del cibo. Gesù “gioca” in un certo senso sui due piani: il cibo terrreno e quello che sazia molto al di là dei bisogni del corpo. Dunque Gesù mangia spesso. E’ per il suo appetito che i discepoli lo riconoscono, risorto: “Avete qualcosa da mangiare? Egli lo prese e lo mangiò davanti a loro” (Lc 24, 41-43).
Istituendo l’Eucaristia, Gesù ha voluto convocare i nostri desideri più vitali e più profondi: la fame e la sete. In questo sacramento si gioca l’incontro tra due desideri: Gesù ha fame di noi e della nostra comunione con lui, e noi riconosciamo che ciò che ci nutre profondamente non concerne soltanto il cibo. Qui si esprime la relazione di comunione che il nostro Dio vuole stabilire con noi, ora e nella vita eterna che spesso è rappresentata come un banchetto di nozze.

La sfida: passare dal consumo alla comunione
Parlare di golosità è complesso. Essa non risiede nell’atto di mangiare, né nel cibo. In effetti si tratta di esaminare il nostro rapporto con il cibo, le nostre relazioni con le persone che ci hanno dato da mangiare fin dall’infanzia, ma anche il perché e il significato dell’atto di mangiare o di nutrirsi. In altri termini, mangiare è un atto vitale e conviviale che ci mette in relazione con gli altri; non si tratta solo di mangiare, ma anche di essere in vita e nutrirsi non solo di alimenti, ma anche dell’incontro con le persone. E’ grazie all’alimentazione che viviamo; è attorno al cibo che le lingue si sciolgono e avvengono i veri dialoghi. La golosità è questo: considerare il rapporto con il cibo sotto l’angolazione di un atto che rinchiude e imprigiona, o esaminare tranquillamente ciò che avviene nell’atto di nutrirsi.
L’atto di mangiare è un atto estremamente sacro. In tutte le culture, in tutte le civiltà, constatiamo che il cibo e il modo di mangiare determinano modalità di vita, modi di essere, e di essere insieme. Per questo dobbiamo ritrovare serenamente la profondità di questo atto: che cosa faccio quando mangio? Che cosa accade nel più profondo di me stesso? Trangugio ciò che si presenta? Comincio col gurdare il cibo e chiedermi da dove viene? In altri termini: consumerò o sarò in comunione?
C’è un modo di consumare – e dunque di consumare la vita – che è il nostro stato quando siamo, per così dire, “malati” di questa malattia spirituale che è la ghiottoneria; e c’è un modo di essere in comunione con la vita, mediante l’atto di mangiare, che ci libera dalla golosità e ci rende capaci di vivere ogni cosa rendendo grazie, cioé divenendo “eucaristia”.

All’origine della golosità: quale desiderio?
Da quanto abbiamo detto fin qui, la golosità appare meno banale di quanto sarebbe potuta sembrare di primo acchito. La gravità di questa malattia si rivela nel fatto che è una delle tre tentazioni che Satana presenta a Cristo nel deserto. Resistendogli, Gesù ristabilisce – fra l’umanità e Dio – la comunione che il primo Adamo aveva spezzato. Obiettando al divisore che «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio», Gesù restituisce all’uomo il suo vero centro. Gesù non dice che l’uomo non si nutre di pane, ma mostra il rapporto vitale e necessario che questi deve avere con il Verbo. E, di conseguenza, egli rivela le nostre dissociazioni e la nostra idolatria per liberarci da esse.

“In fondo in fondo”, che cosa è la golosità?
Per i Padri della Chiesa, la golosità si manifesta nell’uso del cibo, nel modo di ingerirlo e nell’intenzione che vi presiede. Si tratta di considerare il nostro atteggiamento nei confronti del cibo e della nutrizione. Omangiamo per sotenere e preservare la vita del corpo, per mantenere o ritrovare la salute, oppure entriamo in un processo di avidità, o addirittura di voracità e divoramento. La gola non consiste dunque nel desiderio del cibo stesso, ma nel desiderio del piacere che possiamo provare nel consumarlo. Per questo l’abuso non consiste soltanto nel nutrirsi al di là di ciò che è strettamente necessario ai bisogni del corpo, ma anche nel cercare qualcos’altro come una forma di autosoddisfazione o il fatto di colmare una mancanza per compensare una forma di angoscia… E’ nel rapporto col cibo che si cercano soluzioni al proprio mal-essere. La golosità si manifesta dunque come un cattivo orientamento del desiderio e del piacere. Il cibo finisce col sostiture l’amore, e il raporto con esso diventa un mezzo per nascondere la sofferenza; l’amore è irraggiungibile, mentre il cibo è a portata di mano. La ghiottoneria riduce l’essere a ciò che divora e, di conseguenza, egli si identifica conil suo piacere di ingurgitare.

Quali manifestazioni?
Per i Padri della Chiesa, la ghiottoneria priva la mente di energie e vivacità, priva la mente di energie e vivacità, la appesantisce, la immerge in uno stato di oscurità, di torpore e di sonno – conseguenze che si ripercuotono sull’anima intera. Essa rende l’uomo fiacco, privo di volontà, vile e pigro, restìo a muoversi. Quanto alle conseguenze spirituali, questa malattia rende la preghiera malagevole, genera negligenza e indebolisce l’uomo in modo considerevole. [continua analizzando i possibili rimedi]

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