L’orgoglio, fonte di tutti i mali/2

«Orgoglio, dicci chi sei»
Cercheremo ora di entrare nella complessità di ciò che costituisce il nostro orgoglio e le nostre forme di onnipotenza. Una delle prime forme di orgoglio risiede nel fatto di non voler realizzare la comunione sotto tutte le sue forme. Per esempio, pensarsi o credersi superiori, almeno a questa o a quella persona. Spesso l’altro sarà sminuito, guardato dall’alto, o addirittura disrezzato. E, di conseguenza, entreremo allora in una forma di paragone e di creazione di una gerarchia che provocheranno giudizi e critiche calunniose. In un certo senso, l’orgoglioso si crede norma e riferimento, pretende di giudicare tutto, si crede saggio, vuoel avere ragione, vuole insegnare e non sopporta di essere contraddetto. Questa forma di orgoglio si manifesta anche nel rifiuto di chiedere aiuto, innanzitutto ai propri amici e parenti, e poi a Dio. E’ impossibile aprire gli occhi dell’orgoglioso, egli rifiuta la correzione fraterna e di rimettersi in discussione. Il prossimo diventa un rivale e, di conseguenza, la persona piena di orgoglio si rivela “separatrice”, “divisiva”, perturbatrice delle relazioni; l’orgoglio è così una negazione della carità.
L’orgoglio innalza l’uomo contro il suo prossimo e contro Dio. L’orgoglioso è vuoto di Dio e pieno di se stesso.

L’oblio e l’ignoranza
L’atteggiamento orgoglioso è una vera illusione e un accecamento; esso è fondato su apparenze e comportamenti arroganti e di autosoddisfazione. E’ anche un comportamento di oblio, un’incapacità di stupirsi e di meravigliarsi, di vedere. Non sapere più che l’altro esiste, non fermarsi mai in alcun modo nell’emozione suscitata da una bella musica, non rendere più grazie poiché tutto è dovuto. Ignorare che tutto si radica nel mistero significa dimenticare Dio e la creazione di Dio, e non sapersi più accettare come una creatura dal destino infinito.
L’orgoglioso, che pensa di essere di per se stesso qualcosa, dà prova della più totale ignoranza di sé, non si conosce e non conosce Dio. L’intelligenza e la conoscenza vera di noi stessi cosistono nel sapere che non siamo niente da noi stessi, indipendentemente da Dio. Quando fa qualcosa di bene, l’uomo in un certo senso, non è che un intermediario: attraverso di lui Dio agisce e accogliendo l’opera dello Spirito in lui, l’uomo si fa strumento di Dio. Attribuendo il bene a se stesso, implicitamente, l’orgoglioso si crede Dio. Ignorando ciò che egli è, e percependo in modo sfigurato la propria realtà, l’orgoglioso potrà avere solo una conoscenza falsata degli altri esseri. L’atteggiamento normale dell’uomo che fa o constata in sé un qualche bene consiste nel riferirlo a Dio, nel vedervi un dono e rendere grazie. E’ nella sinergia dei nostri propri sforzi e della grazia divina che siamo destinati a dispiegarci e a crescere. Questa crescita e questa maturità spirituale possono compiersi allora in unione con il proprio simile, e integrare l’intero cosmo in modo di unirlo – in se stessi – a Dio.

Servirsi di Dio e non servirlo
Nella vita spirituale, l’orgoglio è la peggiore delle malattie, poiché utilizza il bene per farne la sua proprietà o il suo merito. In certe parrocchie o comunità, le personalità più carismatiche sono temibilii da questo punto di vista, poiché fanno tutto bene, e perfino benissimo; fanno di sé un assoluto e non amano che il loro “io”. E’ ciò che accade quando cerchiamo la perfezione in tutte le cose sia sul piano pratico che spirituale; allora non vi è più posto per la debolezza, la fragilità o l’esitazione. Mostrare e dispiegare queste grandi capacità e qualità dà l’impressione di mettersi al servizio, ma non è proprio così. Si tratta piuttosto di “servirsi servendo gli altri”. Questo atteggiamento è una forma di autodeificazione e autonomia, in cui facciamo di noi stessi il centro, facendo credere che questo centro sia la parrocchia, la comunità… di cui ci consideriamo l’elemento indispensabile. Ciò equivale, in modo invisibile, a mettere Dio al proprio servizio.

Occorreranno numerosi insuccessi e sofferenze per uscire da questi meccanismi di onnipotenza.

Come del pubblicano, abbi pietà di me ed io vivrò per la tua grazia!

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