La golosità o ingordigia/1

Mangiare per vivere e ringraziare
oppure vivere pe riempirsi, compensare e dimenticare

Continuiamo lo studio delle malattie spirituali con quella che è la più incarnata e più quotidiana: la golosità o ingordigia, o voracità nell’atto di mangiare, cioè la malattia che concerne il nostro rapporto con il cibo, e dunque con la vita stessa. Siamo esseri di fame e di desiderio, esseri dipendenti. Come parlare, oggi, della nostra dipendenza dall’alimentazione, mentre la società ci porta a preferire l’indipendenza e l’autonomia? Mangiamo dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina, poiché mangiamo per vivere. Di che cosa siamo affamati? L’abbondanza televisiva di trasmissioni di cucina nasconde o rivela ciò che accade non solo negli stomaci, ma forse anche nei desideri di altri titpi di fame e sete.

Gesù: un “ingordo”?
Il cibo è buono, e l’atto del mangiare è essenziale – tutta la Bibbia lo testimonia. Nei quattro Vangeli Gesù partecipa a numerosi pasti. Quando Gesù mangia con i suoi amici, privilegia la prossimità e l’incontro in verità attorno a un bisogno fondamentale: quello di mangiare. Egli sa che il pasto consumato insieme è il momento del dono; ciascuno dona all’altro qualcosa di se stesso nella condivisione del cibo. Gesù “gioca” in un certo senso sui due piani: il cibo terrreno e quello che sazia molto al di là dei bisogni del corpo. Dunque Gesù mangia spesso. E’ per il suo appetito che i discepoli lo riconoscono, risorto: “Avete qualcosa da mangiare? Egli lo prese e lo mangiò davanti a loro” (Lc 24, 41-43).
Istituendo l’Eucaristia, Gesù ha voluto convocare i nostri desideri più vitali e più profondi: la fame e la sete. In questo sacramento si gioca l’incontro tra due desideri: Gesù ha fame di noi e della nostra comunione con lui, e noi riconosciamo che ciò che ci nutre profondamente non concerne soltanto il cibo. Qui si esprime la relazione di comunione che il nostro Dio vuole stabilire con noi, ora e nella vita eterna che spesso è rappresentata come un banchetto di nozze.

La sfida: passare dal consumo alla comunione
Parlare di golosità è complesso. Essa non risiede nell’atto di mangiare, né nel cibo. In effetti si tratta di esaminare il nostro rapporto con il cibo, le nostre relazioni con le persone che ci hanno dato da mangiare fin dall’infanzia, ma anche il perché e il significato dell’atto di mangiare o di nutrirsi. In altri termini, mangiare è un atto vitale e conviviale che ci mette in relazione con gli altri; non si tratta solo di mangiare, ma anche di essere in vita e nutrirsi non solo di alimenti, ma anche dell’incontro con le persone. E’ grazie all’alimentazione che viviamo; è attorno al cibo che le lingue si sciolgono e avvengono i veri dialoghi. La golosità è questo: considerare il rapporto con il cibo sotto l’angolazione di un atto che rinchiude e imprigiona, o esaminare tranquillamente ciò che avviene nell’atto di nutrirsi.
L’atto di mangiare è un atto estremamente sacro. In tutte le culture, in tutte le civiltà, constatiamo che il cibo e il modo di mangiare determinano modalità di vita, modi di essere, e di essere insieme. Per questo dobbiamo ritrovare serenamente la profondità di questo atto: che cosa faccio quando mangio? Che cosa accade nel più profondo di me stesso? Trangugio ciò che si presenta? Comincio col gurdare il cibo e chiedermi da dove viene? In altri termini: consumerò o sarò in comunione?
C’è un modo di consumare – e dunque di consumare la vita – che è il nostro stato quando siamo, per così dire, “malati” di questa malattia spirituale che è la ghiottoneria; e c’è un modo di essere in comunione con la vita, mediante l’atto di mangiare, che ci libera dalla golosità e ci rende capaci di vivere ogni cosa rendendo grazie, cioé divenendo “eucaristia”.

All’origine della golosità: quale desiderio?
Da quanto abbiamo detto fin qui, la golosità appare meno banale di quanto sarebbe potuta sembrare di primo acchito. La gravità di questa malattia si rivela nel fatto che è una delle tre tentazioni che Satana presenta a Cristo nel deserto. Resistendogli, Gesù ristabilisce – fra l’umanità e Dio – la comunione che il primo Adamo aveva spezzato. Obiettando al divisore che «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio», Gesù restituisce all’uomo il suo vero centro. Gesù non dice che l’uomo non si nutre di pane, ma mostra il rapporto vitale e necessario che questi deve avere con il Verbo. E, di conseguenza, egli rivela le nostre dissociazioni e la nostra idolatria per liberarci da esse.

“In fondo in fondo”, che cosa è la golosità?
Per i Padri della Chiesa, la golosità si manifesta nell’uso del cibo, nel modo di ingerirlo e nell’intenzione che vi presiede. Si tratta di considerare il nostro atteggiamento nei confronti del cibo e della nutrizione. Omangiamo per sotenere e preservare la vita del corpo, per mantenere o ritrovare la salute, oppure entriamo in un processo di avidità, o addirittura di voracità e divoramento. La gola non consiste dunque nel desiderio del cibo stesso, ma nel desiderio del piacere che possiamo provare nel consumarlo. Per questo l’abuso non consiste soltanto nel nutrirsi al di là di ciò che è strettamente necessario ai bisogni del corpo, ma anche nel cercare qualcos’altro come una forma di autosoddisfazione o il fatto di colmare una mancanza per compensare una forma di angoscia… E’ nel rapporto col cibo che si cercano soluzioni al proprio mal-essere. La golosità si manifesta dunque come un cattivo orientamento del desiderio e del piacere. Il cibo finisce col sostiture l’amore, e il raporto con esso diventa un mezzo per nascondere la sofferenza; l’amore è irraggiungibile, mentre il cibo è a portata di mano. La ghiottoneria riduce l’essere a ciò che divora e, di conseguenza, egli si identifica conil suo piacere di ingurgitare.

Quali manifestazioni?
Per i Padri della Chiesa, la ghiottoneria priva la mente di energie e vivacità, priva la mente di energie e vivacità, la appesantisce, la immerge in uno stato di oscurità, di torpore e di sonno – conseguenze che si ripercuotono sull’anima intera. Essa rende l’uomo fiacco, privo di volontà, vile e pigro, restìo a muoversi. Quanto alle conseguenze spirituali, questa malattia rende la preghiera malagevole, genera negligenza e indebolisce l’uomo in modo considerevole. [continua analizzando i possibili rimedi]

L’orgoglio, fonte di tutti i mali/2

«Orgoglio, dicci chi sei»
Cercheremo ora di entrare nella complessità di ciò che costituisce il nostro orgoglio e le nostre forme di onnipotenza. Una delle prime forme di orgoglio risiede nel fatto di non voler realizzare la comunione sotto tutte le sue forme. Per esempio, pensarsi o credersi superiori, almeno a questa o a quella persona. Spesso l’altro sarà sminuito, guardato dall’alto, o addirittura disrezzato. E, di conseguenza, entreremo allora in una forma di paragone e di creazione di una gerarchia che provocheranno giudizi e critiche calunniose. In un certo senso, l’orgoglioso si crede norma e riferimento, pretende di giudicare tutto, si crede saggio, vuoel avere ragione, vuole insegnare e non sopporta di essere contraddetto. Questa forma di orgoglio si manifesta anche nel rifiuto di chiedere aiuto, innanzitutto ai propri amici e parenti, e poi a Dio. E’ impossibile aprire gli occhi dell’orgoglioso, egli rifiuta la correzione fraterna e di rimettersi in discussione. Il prossimo diventa un rivale e, di conseguenza, la persona piena di orgoglio si rivela “separatrice”, “divisiva”, perturbatrice delle relazioni; l’orgoglio è così una negazione della carità.
L’orgoglio innalza l’uomo contro il suo prossimo e contro Dio. L’orgoglioso è vuoto di Dio e pieno di se stesso.

L’oblio e l’ignoranza
L’atteggiamento orgoglioso è una vera illusione e un accecamento; esso è fondato su apparenze e comportamenti arroganti e di autosoddisfazione. E’ anche un comportamento di oblio, un’incapacità di stupirsi e di meravigliarsi, di vedere. Non sapere più che l’altro esiste, non fermarsi mai in alcun modo nell’emozione suscitata da una bella musica, non rendere più grazie poiché tutto è dovuto. Ignorare che tutto si radica nel mistero significa dimenticare Dio e la creazione di Dio, e non sapersi più accettare come una creatura dal destino infinito.
L’orgoglioso, che pensa di essere di per se stesso qualcosa, dà prova della più totale ignoranza di sé, non si conosce e non conosce Dio. L’intelligenza e la conoscenza vera di noi stessi cosistono nel sapere che non siamo niente da noi stessi, indipendentemente da Dio. Quando fa qualcosa di bene, l’uomo in un certo senso, non è che un intermediario: attraverso di lui Dio agisce e accogliendo l’opera dello Spirito in lui, l’uomo si fa strumento di Dio. Attribuendo il bene a se stesso, implicitamente, l’orgoglioso si crede Dio. Ignorando ciò che egli è, e percependo in modo sfigurato la propria realtà, l’orgoglioso potrà avere solo una conoscenza falsata degli altri esseri. L’atteggiamento normale dell’uomo che fa o constata in sé un qualche bene consiste nel riferirlo a Dio, nel vedervi un dono e rendere grazie. E’ nella sinergia dei nostri propri sforzi e della grazia divina che siamo destinati a dispiegarci e a crescere. Questa crescita e questa maturità spirituale possono compiersi allora in unione con il proprio simile, e integrare l’intero cosmo in modo di unirlo – in se stessi – a Dio.

Servirsi di Dio e non servirlo
Nella vita spirituale, l’orgoglio è la peggiore delle malattie, poiché utilizza il bene per farne la sua proprietà o il suo merito. In certe parrocchie o comunità, le personalità più carismatiche sono temibilii da questo punto di vista, poiché fanno tutto bene, e perfino benissimo; fanno di sé un assoluto e non amano che il loro “io”. E’ ciò che accade quando cerchiamo la perfezione in tutte le cose sia sul piano pratico che spirituale; allora non vi è più posto per la debolezza, la fragilità o l’esitazione. Mostrare e dispiegare queste grandi capacità e qualità dà l’impressione di mettersi al servizio, ma non è proprio così. Si tratta piuttosto di “servirsi servendo gli altri”. Questo atteggiamento è una forma di autodeificazione e autonomia, in cui facciamo di noi stessi il centro, facendo credere che questo centro sia la parrocchia, la comunità… di cui ci consideriamo l’elemento indispensabile. Ciò equivale, in modo invisibile, a mettere Dio al proprio servizio.

Occorreranno numerosi insuccessi e sofferenze per uscire da questi meccanismi di onnipotenza.

Come del pubblicano, abbi pietà di me ed io vivrò per la tua grazia!

L’orgoglio, fonte di tutti i mali/1

I Padri della Chiesa dicono che è la fonte primaria e la causa delle malattie più gravi; può distruggere e rovinare tutto ciò che è buono in un’anima. L’orgoglio è la radice e la fonte di tutte le malattie spirituali e può mettere a soqquadro tutte le virtù, compresa l’umiltà. Questa passione è una fonte di sofferenza. Infatti l’orgoglioso soffre per il divario fra ciò che crede o vuole essere e ciò che sente di essere realmente. Può soffrire nel vedere minacciata o smentita l’immagine vantaggiosa che egli ha o vuole dare di se stesso, o la superiorità che egli afferma rispetto agli altri. Si mostra anche perpetuamente insoddisfatto e non è mai nella pace interiore.; e può credersi costantemente perseguitato dagli altri. In ciò, l’orgoglio è una fonte frequente di conflitti e impedisce di riconoscere i propri torti e di chiedere perdono. L’orgoglio porta a non vedere i propri peccati e le proprie inclinazioni pervertite, a dimenticarle, a conservarle, e dunque ad essere separati da Dio.

L’onnipotenza del nostro orgoglio
Nel più profondo di noi stessi si nasconde quell’onnipotenza che consiste nel voler lasciare la condizione umana per tentare di accedere a ciò che non siamo, nel crederci Dio o nel fare a meno di Dio. E’ un comportamento frequente, non facile da riconoscere; difatti, sovente, è in vista del bene che ci radichiamo nell’onnipotenza. Fra le manifestazioni dell’onnipotenza, possiamo citare la seguente: non accettare errori, debolezze o peccati – in un certo senso non accettare la fragilità dell’essere umano. Dunque si tratta di voler diventare perfetti, issandosi sempre verso l’alto senza lasciare posto alla fragilità e ai bisogni.
Nella nostra relazione con Dio, le due tendenze principali dell’onnipotenza – fare a meno di Dio o credersi Dio – deportano l’essere umano dal suo giusto posto. Fare a meno di Dio consiste nel non volere altra legge o direzione di vita se non quella che ci creiamo da soli.

Aprire gli occhi su alcuni punti di orgoglio
L’orgoglio e le sue componenti si nascondono al nostro sguardo. C’è in noi un punto cieco che riguarda la forma particolare di orgoglio che viviamo, che talvolta subiamo e troppo spesso alimentiamo. Questa lista di “punti di orgoglio” vorrebbe essere una rivelazione o una presa di coscienza di meccanismi profondi che ci avvolgono. Non sono dei punti di morale, ma piuttosto dei sintomi di questa malattia. Lo studio di questi punti di orgoglio non deve prostrarci, ma farci reagire come una sorta di azione liberatoria.
Innanzitutto in noi possono dissimularsi il potere e il dominio, con il bisogno di controllare, di sapere, non lasciarsi sfuggire niente, mettersi in vista e andare al di là delle leggi fatte per il bene comune.
Poi viene la seduzione, con il bisogno di voler sviare qualcuno dal suo cammino per orientarlo verso se stessi. Il demonio è chiamato “seduttore” poiché il suo unico obiettivo è sviare la lode rivolta a Dio per condurla a sé, i che è un altro modo per definire la vanagloria: attribuirsi qualità o doni, dimenticando la loro origine. Questo si chiama anche “vanità”, cioé credersi forti, puri, legittimi in tutte le cose. E’ anche la caratteristica di una forma di orgoglio morale che consiste nel credersi inattaccabili, chiusi nelle proprie certezze, o addirittura nella propria ideologia. Da ciò deriva la volontà di salvarci con i nostri mezzi: veglie, digiuni…; una maniera che non sposa né collabora con il lavoro della grazia in noi. In queste deviazioni non c’è nessuno spazio per il dubbio, per la rimessa in questione e per il silenzio profondo, per ascoltare e lasciarsi istruire dalla grazia. In questo rifiuto di considerare la morte, di guardarla e di organizzare tutto come se fossimo immortali, si nasconde anche la nostra volontà di onnipotenza.
L’orgoglio si manifesta sovente nella rabbia di essere dalla parte della ragione. Infatti le giustificazioni son un altro modo per manifestare il nostro orgoglio. Quante volte, allorché siamo ripresi per uno sbaglio, il nostro primo riflesso, quasi automatico, è la giustificazione: «Non ho visto, non è colpa mia, non sono io, è lui!».
Quanto alla disperazione, è insieme la conseguenza e la guarigione dell’orgoglio. Siamo dunque in cammino, stiamo guarendo. Questo supera le nostre forze, ma possiamo ascoltare, fermarci, ascoltare la Parola di Dio e i segni dello Spirito Santo. [continua]

Il sole sorge anche sui nemici

«43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.».

Matteo 5, 43-48

Aiutare gli amici e danneggiare i nemici”: questo caratterizza il pensiero corrente dei Greci e dell’Antichità in generale. Le cose sono diverse in Israele. Il comandamento di amare il prossimo si trova già in Levitico 19,18: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. “Prossimo” in questo caso significa anzitutto coloro che appartengono al popolo dell’alleanza, poi anche i forestieri che abitano la regione. Quando l’ebraismo si è diviso in gruppi diversi, non di rado, assieme al prossimo, anche il comandamento dell’amore è stato ristretto al proprio gruppo. Alcuni testi ritrovati a Qumran parlano esplicitamente di odio verso i nemici , probabilmente, è a questi testi che Gesù fa riferimento in Mt 5,43.

Reciprocità
La nostra vita privata e sociale si fonda in gran parte sulla reciprocità, che non va disprezzata. Non è però un atteggiamento particolarmente cristiano. Chi col suo amore guarda solamente all’amore ricambiato e col saluto si limita alla sua cerchia di amici, si comporta come la media delle persone. Questo ha poco da spartire con Gesù. La domanda è: che rapporto abbiamo con coloro che non ci fanno del bene, che ci vogliono male, anche se da noi hanno ricevuto del bene? Come agiamo quando la reciprocità è finita? Amare il prossimo e odiare il nemico sono stati compresi come volontà di Dio. Non raramente questo è il nostro modo di pensare e di sentire.

«Ma io vi dico…»
Amore e nemici, fare del bene e odiare, benedire e maledire, pregare e offendere sono opposti. La parola di Gesù è una richiesta contrastante. Il contrasto sta nel fatto che Gesù non toglie nulla alla crudeltà dei nemici e invita ad amarli. Gesù esige l’amore del nemico senza devoti secondi fini, senza alcun calcolo per conquistare il nemico e farselo amico. L’intenzione di questo amare il nemico può entrare in gioco nel popolo di Dio solo quando la chiesa si mette al servizio dell’amore e non l’amore al sevizio della chiesa. L’amore dei nemici è la «legge fondamentale» della fed, una componente della originalità cristiana. NOn è un’esigenza tra le altre, ma il centro e l’apice degli insegnamenti di Gesù. Essa porta alla perfezione (Mt 5,48), non intesa come uno stato particolare ma come un compito che mette in movimento tutti i cristiani.

Come figli e figlie del Padre
Qual è la ragione per cui il nemico va amato? Dio stesso agisce così! La perfezione di Dio sta nel fatto che egli fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni (v.45). I malvagi e gli ingiusti non prescrivono a Dio come comportarsi. La sua azione non è determinata dal principio della reciprocità. Ciò che deve determinare il comportamento non è l’azione del nemico, ma il modo di agire di Dio. Matteo cita in modo incompleto il comandamento dell’amore per il prossimo, omettendo «come te stesso». Il criterio del mio agire non diventa l’amore che io ho per me stesso, ma l’amore che Dio ha per me e per il prossimo, anche per il mio nemico. Il nemico non è trattato secondo il principio della reciprocità: ama il tuo nemico perché egli è amato da Dio come te! L’amore del nemico non può rendere ciechi dinanzi alla minaccia e al pericolo. Il male non è ingenuamente minimizzato o approvato, è espressamente chiamato per nome. L’ingiustizia resta ingiustizia. Ma Dio non si accontenta di questo: il confine tra bene e male ha il suo limite. Arrivando con lui fino a questo punto, noi dimostriamo di essere suoi figli e figlie.
«Amate i vostri nemici» – non è un appello a un po’ di umanità in più. In Gesù è la conseguenza del Regno di Dio che si realizza. E’ la conseguenza dell’amore con cui Dio ama il mondo, della sua volontà di trasformare il mondo. Soprattutto con il suo comportamento durante la sua passione, ha fatto vedere che non solo ha proclamato l’amore per i nemici, ma lo ha anche vissuto.

Il nemico che è in me
Il comandamento dell’amore dei nemici ha il suo fondamento nella fede in Dio. Chi crede nel Dio dell’amore del prossimo e del nemico, si lascerà amare in modo da poter amare. Egli impara ad accettare come parte di sé ciò che gli è estraneo. Incontrerà anche il nemico in se stesso. Ricco della misericordia che Dio gli dona per mezzo di Gesù Cristo e delle persone ricolme del suo Spirito, incontrerà ora, pieno della stessa misericordia, lo straniero e il nemico che è dentro di lui e accanto a lui. Diventa capace e disposto ad amare i nemici, non ha più bisogno di condannare l’altro; non lo vedrà più come un nemico malvagio, ma come prossimo sul quale Dio fa sorgere il suo sole di giustizia.

Amore per il nemico: un’utopia?
L’amore del nemico è in netto contrasto con il comportamento umano corrente. Gesù non lo annuncia perché è plausibile (non lo è affatto!), ma perché con lui arriva il Regno di Dio. L’evangelista è convinto che il Cristo crocifisso e risorto è presso la sua comunità tutti i giorni fino alla fine del mondo. La uestione quindi è sapere se la fede nel Regno di Dio, che è iniziato in lui, è tale che l’uomo può diventare libero di amare i suoi nemici. L’amore del nemico è la conseguenza di una fede cristiana radicale, una fede che sa che Dio fa sorgere il suo sole su tutti

In queste settimane di Quaresima, ci guidano le riflessioni di Franz Kamphaus, vescovo emerito della diocesi tedesca di Limburg, che ha dedicato con entusiasmo tutta la propria vita al discorso della montagna prendendoselo a cuore, senza mai addomesticarlo.
In queste pagine egliconcentra le riflessioni di una vita per riproporci quella che possiamo chiamare la “magna charta” dell’esperienza e della vita cristiana.
Ogni settimana ci lasceremo provocare da un passaggio di questo Discorso che ci accompagnerà fino alla Pasqua offrendoci, ancora una volta, la bellezza e la provocazione di vivere la beatitudine di chi ha scelto di avere in Gesù il suo Maestro e Signore.

L’umiltà, via privilegiata di guarigione e Vita/2

L’umiltà: Dio in noi
Il nostro Dio dona la grazia dell’umiltà a colui che si umilia, poiché quanto vi è di più grande nell’uomo è l’immagine di Dio, non il peccato, è la vita e non la morte. Non si diventa umili con la semplice decisione di cambiare vita, e neanche con una dura ascesi. L’umiltà non è un modo di comportarsi. La sua dimensione è antropologica: siamo creati a immagine di Dio. Cristo non ci ha insegnato l’umiltà con una morale; Cristo è il principio o l’archetipo di questa virtù. Per i Padri della Chiesa, l’umiltà costituisce la virtù principale che permette il ritorno a Dio. Poiché l’orgoglio è stato il principio della caduta, l’umiltà svolgerà un ruolo di primo piano nel ritorno a Dio.

L’umiltà è amore e perdono e servizio
Se Dio è amore, è perché è umile. Dio ha pronunciato su di noi un “Ti amo” incondizionato, egli ci rivela che l’umiltà porta all’amore gratuito. L’umiltà è il fondamento per amare Dio e il proprio fratello. Essa apre il cuore all’amore che culmina nel perdono dei nemici, quelli che non abbiamo scelto. Essa ci mette in sintonia con l’altro, desta in noi la “preoccupazione” per le sue sofferenze, le sue mancanze, si rallegra della sua gioia e cambia così i rapporti umani. L’umile non si giustifica, non umilia suo fratello con la parola, il pesiero o gli atti. Non disprezza, non è geloso.
L’umile si guarda con modestia e verità al fine di vedere negli altri tutto ciò che non siamo, senza invidia o gelosia. Ha uno sguardo che vede l’altro senza proiezioni, che non vuole niente e non cerca di afferrare. Guardare l’altro con umiltà significa smettere di appropriarsene; significa restituirlo a se stesso e a ciò che non si vede nel visibile. Stimare l’altro e guardarlo come migliore di noi fa entrare nello sguardo di Dio e nella sua misericordia.

Volgi il collo del tuo cuore
Gli scritti biblici attirano la nostra attenzione sui popoli dalla “dura cervice”. Decine di citazioni evocano l’indurimento del cuore, accostandolo al collo e alla nuca. La rigidità del collo o della cervice è legata alla disobbedienza, al rifiuto di ascoltare e di mettere in pratica una parola che viene da un altro. Essa simboleggia una disposizione interiore dura come il ferro, contraria alla dolcezza. Un collo che si inclina o si piega manifesta un cuore che ascolta, in contrapposizione a un collo rigido che rifiuta di obbedire e di ascoltare. L’insegnamento biblico ci insegna che una delle tentazioni più pericolose per l’uomo è credere di poter fare a meno di Dio, di ascoltarlo, di accoglierlo come Colui che indica la vera via della Vita. Che cosa significa avere la cervice dura, se non il fatto di rimanere in un atteggiamento rigido che ostacola la vista, e prendere il reale per ciò che possono coglierne i nostri “paraocchi” (scientifici, filosofici, religiosi), ed essere “limitati” e ridurre il mondo ai nostri propri limiti?
Ritrovare la flessibilità della cervice significa ritrovare la nostra capacità di guardare l’altezza e la profondità di tutto ciò che vive e respira, significa dare agli esseri e alle cose il loro peso di presenza, abbandonando le proiezioni per ricevere e accogliere un altro sguardo, diverso, unico e infinito. E’ lasciarsi guardare in tutte le proprie dimensioni al fine di lasciarvi entrare la luce.

Umorismo nell’umiltà
Non sappiamo tutto, non possiamo tutto, non possediamo il tutto delle cose; nell’umiltà c’è una grande presa di coscienza della realtà e di ciò che essa ci offre. In questa presa di coscienza risiede un distacco dalle cose e, soprattutto, da se stessi. E’ qui che interviene l’umorismo con la sua facoltà di ridere di se stessi. L’umile è felice di essere pura capacità. La finalità è questa gioiosa distanza rispetto a noi stessi: né disperazione né ironia, ma benevolenza, bontà e verità sulla nostra personalità talvolta così pesante e complicata. Il comportamento dell’umile è quello di un distacco da se stesso in tutte le cose, una maniera di non aggrapparsi a niente, di non dare nulla per scontato, e dunque di essere sempre in attesa di ricevere il Soffio dello Spirito Santo.

L’umiltà: un dono di Dio
L’umiltà va chiesta a Dio incessantemente; Gesù ce lo dichiara a modo suo nel Vangelo: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Pregare per entrare nell’umiltà significa manifestare così la propria dipendenza e la propria impotenza a realizzare da soli l’opera di Dio. Chiedere l’umiltà è riconoscere che nulla di fecondo si può compiere né conservare senza l’aiuto di Dio. In un certo qual modo, pregare rende umili; e l’umiltà fa pregare nonché ringraziare senza sosta, nella consapevolezza che tutto ciò che è ricevuto non viene da sé.
Nel suo testamento, san Domenica diceva: “Abbiate la carità, conservate l’umiltà, abbracciate la povertà volontaria”.

L’umiltà, via privilegiata di guarigione e Vita/1

Iniziamo la nostra esplorazione delle malattie spirituali con il rimedio principale all’ORGOGLIO, cioé l’umiltà, e poi con la sua corrispondenza corporea, il collo, poiché la vita spirituale utilizza il nostro corpo per manifestarsi e sperimentarsi.
Soltanto la gioia, l’azione di grazie, la carità e l’umiltà sono porte di ingresso per curare le malattie spirituali; esse dimorano in Cristo e in Dio. L’umiltà è “connaturale” a Dio e all’uomo. Essa è il principio della vita spirituale, al contrario dell’orgoglio che è il principio di un’esistenza mortifera.
L’umiltà è la “porta” che l’uomo deve varcare per ridiventare a immagine e somiglianza di Dio, poiché è attraverso l’orgoglio che si è allontanato per sempre dal suo Creatore e Salvatore. L’umiltà è la “chiave” che apre al dialogo con Dio , mettendo la creatura al suo giusto posto davanti a lui. Essendo umile, l’uomo si situa nella verità, cioé in quanto creatura che attende la vita dal suo Creatore. Egli si colloca in uno stato di ricettività e accoglienza della grazia: mediante la fede, può così aderire personalmente alla Presenza nascosta e rivelata di Dio.
Cominciare con l’umiltà è un modo per dire a noi stessi che Dio è il primo, che Egli è l’origine e il principio di tutte le cose.

La base dell’umiltà è in primo luogo accettare il reale. Questo è il solo mezzo per accedere alla vera spiritualità cristiana e all’equilibrio emozionale. Essere umile è sapere in modo profondo che possiamo restare coricati o curvati a causa di una di queste malattie, ma possiamo essere rialzati e sollevati da uno suardo, un gesto e un tocco di Cristo e della sua luce. Essere umili non significa essere al disopra o al disotto di tutti, ma cercare, in mezzo e al di là delle tentazioni, di continuare a camminare e avanzare in modo vivo e gioioso. L’umiltà ci chiede di essere semplici, di semplificarci nei rapporti con noi stessi e con gli altri.

Riconoscersi malati davanti al Signore, e non davanti al proprio ego
Una sana conoscenza di sé non è ancora l’umiltà, ma vi conduce attraverso il riconoscimento delle proprie debolezze. Dobbiamo accettare ciò che siamo per essere trasformati, ed è Cristo che ci guarisce. Riconoscerci malati, vederci chiaro, significa umiliarsi davanti al Signore grazie allo Spirito Santo, e non davanti al proprio ego. Lo Spirito Santo ci conferisce l’umiltà, apre una breccia nello spirito e permette uno sguardo chiaro sullo stato del nostro cuore onde discernere, dare un nome. L’umile, grazie allo Spirito, giugne ad una visione chiara di ciò che lo separa da Dio. E’ nelle umiliazioni, nelle aspirazioni deluse, nei progetti che non riescono, nelle contraddizioni o nei tradimenti che lo Spirito Santo apre una breccia. Dobbiamo innanzitutto prendere in esame ciò che accade rima di disfare a poco a poco i nodi dei nostri pensieri, delle emozioni; dare un nome alle tentazioni, alle pulsioni, alle trsgressioni he portano a inabissarsi nell’orgoglio, e poi guardare gli sconvolgimenti e i disastri che l’arroganza ha prodotto in noi e attorno a noi.
L’umiltà è il riconoscimento che, senza l’aiuto e il soccorso di Dio, è impossibile fare qualcosa di buono; che ogni bene che abbiamo viene da Lui.

L’umiltà, fattore di guarigione spirituale
Nella misura in cui l’orgoglio appare come la prima causa della caduta, l’umiltà può apparire come la prima causa della salvezza. Senza di essa è impossibile affrancarsi dal male. Guarendo l’uomo da tutte le malattie e inglobando tutte le virtù, l’umiltà gli permette di ridiventare pienamente uomo. Mediante l’umiltà, l’uomo si rende permeabile all’azione della mano del Padre nostro; egli smette di attaccarsi a se stesso e si apre alla grazia. Quando l’uomo crede di possedere il suo essere, si sfigura. Al contrario, quando si riconosce creatura fatta di terra, non fa niente di straordinario, ma dice la verità che diventa un antidoto alla malattia dell’orgoglio.

Riconoscere la verità del proprio essere e della propria origine
L’orgoglioso non si conosce, si crede ciò che non è. L’umiltà consiste nel riconoscere che i doni (umani o spirituali) sono doni di cui siamo solo i depositari, i gestori o i debitori. Cristo ci spiega, al riguardo, che facciamo solo il nostro dovere e che “siamo servi” semplici, inutili. Non si tratta di interpretare queste parole come disistima o non-riconoscimento del nostro valore; dobbiamo imparare a metterci o a rimetterci al nostro posto sotto lo sguardo di Colui che ci salva e ci illumina. Si tratta di fare la nostra parte, solo la nostra parte e tutta la nostra parte con tutte le qualità e i doni che ci sono stati elargiti. Rimanere in quest’umile verità ci insegnerà a non lasciarci trascinare dalla vanità, dalla vanagloria, dall’adulazione e dall’illusione di credersi al disopra (o al disotto) della media. L’umile si conosce e sa di essere capace del meglio come del peggio. Per questo, in generale, l’umiltà consiste, per l’uomo, nel riconoscere i propri limiti, la propria debolezza, la propria impotenza, la propria ignoranza.

Sale della terra, luce del mondo

«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Matteo 5, 13-16

“Voi siete luce del mondo”. Chi può crederlo? Ci saremmo aspettati un imperativo: siate la luce del mondo! Grazie a Dio qui l’imperativo non c’è. Il mero comando non ci è di aiuto. Con i continui appelli all’impegno non cadiamo già in un nuovo moralismo, che alla fine mette anche la fede sotto la pressione della prestazione? Sale della terra, luce del mondo, è qualcosa che non avviene a comando. Qui non c’è un imperativo, ma un indicativo: “Voi siete…”. Il sale semplicemente è qui. Non lo si deve fabbricare. Il sale deve esserci, basta. Dove noi ci siamo come cristiani, diamo gusto.L’intera pericope è un appello ad una tranquilla e chiara coscienza di se stessi.
“Voi siete…”: è un indicativo categorico. La fede cristiana non inizia con l’imperativo, ma con l’indicativo categorico. Detto questo, all’indicativo è associata un’esigenza che deve essere soddisfatta con azioni. Matteo parla con assoluta disinvoltura di opere buone senza pensare ad un’autogiustificazione per mezzo di esse. Le opere sono semplicemente il sale, la luce penetrati nella vita. Non stanno accanto alla fede, sono la vita cristiana attiva, sono fede vissuta.

Destinatari di questo indicativo categorico sono tutti i discepoli, non un gruppo particolare. Il vero tesoro e capitale della Chiesa sono le persone. Tutti indistintamente, come sono. Quindi anche quelli che non ci vanno a genio. “Voi siete la luce del mondo”, ci dice. “E’ così non perché siete belli, geniali, previdenti. Voi fate luce perché la mia luce è scesa su di voi e, si spera, nei vostri cuori. Coloro ai quali è detto : “Voi siete la luce del mondo”, non devono accendere la luce da soli, portarla da soli nel mondo o crearla nella loro oscurità. Coloro che donano la luce sono quelli che prima l’hanno ricevuta.

La luce non viene da noi, ma a noi. Cristo ci dice: “Voi siete la luce del mondo”. Egli è il garante di questa parola. Senza di lui non ha fondamento, non ha senso, porta ad esagerazioni eccessive, ad arroganza menzognera. La luce vive di Lui. Luce della sua luce! La domanda a questo punto potrebbe essere: ma come ce la possiamo immaginare questa luce? Lae luci della ribalta accecano molto facilmente, non si riesce più a vedere. La luce che viene da dentro apre gli occhi. “Mi si è accesa una luce!”. Non la puoi creare come quando schiacci un interruttore. Non l’abbiamo nelle nostre mani. Ci investe come generata da un’altra fonte di energia. Con Cristo è sorta per noi una luce, con lui è sorta la luce del mondo: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12). Di questo Cristo c’è qualcosa in me, la sua Parola, il suo comportamento, la sua vita, il suo Spirito. Non riesco a immaginarmi la vita senza di lui. Di lui che dice: “Voi siete la luce del mondo”.

Ai tempi della Bibbia sale e luce erano beni essenziali per vivere. Il sale purifica, conserva e insaporisce. Tuttavia, qui, importano meno alcune proprietà del sale. Il termine vuole semplicemente dire ai cristiani che sono insostituibili. Lo stesso vale per la parola luce. Sale e luce non vogliono trasformare tutto il resto in sale e luce; vogliono penetrare nell’ambiente in modo che diventi godibile e luminoso. Sia la luce che il sale hanno il loro senso nel fatto di operare mentre scompaiono. Se la chiesa si ritiene più importante del suo messaggio, se ama più se stessa che Dio e il prossimo, fallisce la sua missione.

Non abbiamo bisogno di dare terra alla terra o mondo al mondo, ma di portare ciò che essi da sé non hanno e che non ricevono da nessuno: sale, luce. Se veniamo meno a questa vocazione, siamo superflui. La società ha bisogno della nostra chiarezza e della nostra riconoscibilità. NOn c’è bisogno di noi se diciamo quello che tutti dicono. Abbiamo bisogno di dire che ciò che è spezzato sarà rimesso in piedi e che i morti saranno risuscitati a vita eterna.

La relazione tra luce e mondo non è unilaterale. Non solo il mondo dipende dalla luce, ma la luce ha bisogno del mondo. I cristiani che si celano in oscuri nascondigli per proteggere la luce dalla fresca brezza, soffocano loro stessi nella propria aria viziata. La chiesa deve affermarsi come fermento nel tutto, appunto come sale della terra, non come luogo di riparo per i devoti.

La luce che splende in noi come riflesso della luce divina è, per così dire, l’illuminazione per le buone opere. Esse diventano un rimando a Dio. La sua glorificazione è l’obiettivo della nostra missione. Deve essere chiaro in nome di chi agiscono i discepoli che sono inviati dal Padre. Le opere buone di cui parla Matteo, sono la luce diffusa nella vita, in breve: la vita cristiana attiva. Il riflesso della luce divina in noi dovrebbe brilla re in modo che le opere diventino visibili.

In queste settimane di Quaresima, ci guidano le riflessioni di Franz Kamphaus, vescovo emerito della diocesi tedesca di Limburg, che ha dedicato con entusiasmo tutta la propria vita al discorso della montagna prendendoselo a cuore, senza mai addomesticarlo.
In queste pagine egliconcentra le riflessioni di una vita per riproporci quella che possiamo chiamare la “magna charta” dell’esperienza e della vita cristiana.
Ogni settimana ci lasceremo provocare da un passaggio di questo Discorso che ci accompagnerà fino alla Pasqua offrendoci, ancora una volta, la bellezza e la provocazione di vivere la beatitudine di chi ha scelto di avere in Gesù il suo Maestro e Signore.

Se sei figlio di Dio…

Il cammino che oggi iniziamo ha all’origine, e come centro, la misericordia e l’amore che Dio continuamente offre a noi e la nuova vita che la Pasqua di Gesù ha reso possibile e disponibile per tutti quelli che scelgono di accoglierlo come loro Dio e Signore, sorgente unica di vita.

Oggi inizia un cammino che ci supplica di lasciarci riconciliare con Dio e tra noi, che ci invita a ri-orientare la nostra vita a partire dal nostro Battesimo che dice la decisione di vivere ogni momento della vita da figlio di Dio, rivestendoci degli stessi sentimenti di Cristo, avendo nella sua Parola la luce che guida il cammino e guardando ogni uomo e donna come nostro fratello e sorella perché figli dello stesso Padre.

Alla luce di questo, dalla pagina di Vangelo emerge come forte provocazione per noi la decisione di Gesù rivelata dalle parole del Satana: se sei figlio di Dio! Tutta la questione si gioca qui: come vive un figlio di Dio? Come si relazione con sé stesso, gli altri, il creato e Dio? Quale l’origine e il riferimento per le sue scelte?

Ci soffermiamo solo sulle risposte di Gesù:

  • il figlio del Dio di Gesù Cristo trova nella sua Parola il riferimento e lo stile per la sua vita. Stile di cui oggi possiamo evidenziare almeno questo: umiltà e verità, fedeltà alla verità (non si inseguono le mode, non si annacqua il Vangelo, non si cercano i grandi numeri e la popolarità a scapito della radicalità evangelica – la gradualità della proposta è altro!); ricerca della riconciliazione, della giustizia e della pace (non si sceglie una parte, non ci si unisce “contro” qualcuno), ma si percorre il difficile sentiero della pace che non rinuncia alla giustizia e accompagna percorsi di riconciliazione; ricerca di scelte di vera solidarietà che conducono a reali cambi di stile di vita che abbiano la forza di toccare la radice della ingiustizia e della sete di potere che sempre più spesso stanno all’origine di guerre lontane da noi , ma che hanno in noi e nel nostro stile di vita molte delle loro ragioni.
    Trovare nella Parola di Dio la radice del nostro vivere significa dare tempo alla preghiera e allo studio di questa parola: preghiera e studio che portano a scelte precise di vita e non solo a interessanti pensieri o riflessioni che restano sterili perché distaccate dalla realtà;
  • il figlio del Dio di Gesù Cristo si fida di Dio, è certo della sua presenza. Vive da uomo e donna di speranza. Non ottimista, ma certo della presenza di Dio in chi vive la sua Parola, certo che il suo Spirito volgerà ogni cosa al bene e per questo si impegna senza sosta alla costruzione del bene. Non vive di nostalgia, di rimpianti, non si rifugia lontano da un mondo ritenuto “ostile”, ma si immerge nel mondo per portare il buon profumo di Cristo. Ritroviamo qui ad esempio il tema della sinodalità e del discernimento: ascoltare la storia alla luce della Parola di Dio per cogliere la presenza di Dio e le vie per annunciare il Suo amore perché sia fonte di vita nell’oggi.
  • il figlio del Dio di Gesù Cristo ha il suo unico tesoro nel suo Dio, nella sua Pasqua e non cerca altrove esempi e modelli, sicurezze e riferimenti.

Vivere così, come ci ricorda S. Paolo nella seconda lettura, chiede disciplina. Ritroviamo qui il tema del percorso quaresimale personale e comunitario che non si riduce al tema dei “fioretti”, ma, più in profondità, ci chiede di darci tempi e modi per arrivare al cuore della nostra vita cristiana, la relazione con Gesù Cristo e da qui ri-orientare la nostra vita. Il cammino di conversione, evidenziato dal rito delle ceneri, ci ricorda proprio questo: andare all’essenziale per riorientare tutta la nostra vita a Gesù e al suo amore.

Entrando in questo cammino che ci vuole aiutare a vivere ogni giorno nella gioia della Pasqua, chiediamo che lo Spirito rinnovi in noi la scelta di vivere da figli di Dio, perché solo qui troviamo la verità di noi e la via alla pace che tutti desideriamo.

6 marzo 2022

I domenica di Quaresima
Le tentazioni

EPISTOLA 1Cor 9, 24-27
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato.

VANGELO Mt 4, 1-11
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Discernimento pastorale: esercizio alto di sinodalità

In queste settimane fermiamo la nostra attenzione su un tema che non è “di attualità”, ma che è costitutivo della Chiesa e che ci è proposto con forza da Papa Francesco come stile per essere lievito nella pasta del mondo di oggi: lo stile della sinodalità. In questa sezione, ogni settimana ascolteremo alcuni testi che ci aiutano a comprenderne la natura.

Il discernimento è, dunque, un “esercizio ad alta intensità sinodale”, che punta ad accogliere «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7). E’ un sentire profondo che, oltre ad avvertire tensioni e malumori, coglie la direzione da seguire, scorge l’affacciarsi dello Spirito sul corso degli avvenimenti quotidiani. E un procedere insieme, affrontando terreni impervi, confronti scomodi, percorsi di svuotamento del desiderio di “contare”, di soddisfare la fame di consenso che è sete di potere. Si tratta di un’esperienza ascetica, che non rinuncia ad attraversare i conflitti, che <<non possono essere ignorati o dissimulati». L’unita prevale sul conflitto, spazio ove alberga il maligno, a cui danno occasione persino i discepoli di Gesù, bramosi di occupare i primi posti e di prenotare quelli del Regno dei cieli (cfr. Mt 20,20-28). Il potere si porta dentro una dinamica sottilissima e diabolica, che rende pesante l’aria e affannoso il respiro.

Nel discorso tenuto da papa Francesco, il 6 ottobre 2014, alla III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi si legge:

Una condizione generale di base della sinodalità è questa: parlare chiaro. Bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità. Parlare con parresìa e ascoltare con umiltà significa affermare con chiarezza I dinamica della sinodalità. Nel linguaggio cristiano della tra dizione il termine parresìa (da pan “tutto”, e dalla radice ‘dire”) significa esporre limpidamente tutto quello che nel Signore si sente di dover dire, senza pavidità e senza timore di esporsi al gioco dei fraintendimenti e delle strumentalizzazioni.      

Parlare con franchezza e ascoltare con umiltà, questo è lo stile del discernimento, che segue un rigoroso “protocollo”:

  • sorvegliare la porta delle labbra”, sostando sulla “soglia” della parola che è il silenzio, per fare posto alla riflessione e lasciare spazio alla preghiera;
  • nutrire un po’ di diffidenza verso il proprio giudizio, sempre appellabile, manifestando fermezza nelle cose essenziali e libertà dai punti di vista troppo soggettivi;
  • trovare soluzioni condivise, cercando i punti di convergenza a partire da quelli di tangenza, tendendo al massimo bene possibile e non al minimo indispensabile; coniugare analisi e sintesi, utilizzando non solo il “microscopio” ma anche il “telescopio”, perché “il tutto è più importante della parte e della semplice somma delle parti”;
  • osservare e proporre, “mettendo insieme la fase critica della denuncia con quella della proposta”, sapendo scorgere in ogni circostanza la pista da seguire;
  • riconoscere che “un’individuazione dei fini senza la ricerca dei mezzi necessari per raggiungerli è destinata a fallire”, poiché “la realtà è superiore all’idea”;
  • avere “memoria del futuro”, interpretando i “sogni degli anziani e le “visioni” dei giovani, senza cedere il passo alla nostalgia o all’utopia, ma alla profezia;
  • avviare processi a lunga scadenza, senza lasciarsi sopraffare dall’ossessione dei risultati immediati, poiché “il tempo è sempre superiore allo spazio;
  • tendere l’orecchio alla Parola di Dio, tenendo la mano sul polso del tempo, poiché gli appelli dello Spirito risuonano anche negli avvenimenti della storia;
  • vivere il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, senza strappare alla dottrina il sigillo pastorale originario e costitutivo.

«Il discernimento» osserva papa Francesco nel discorso tenuto il 14 settembre 2017 ai vescovi di recente nomina «nasce nel cuore e nella mente del pastore attraverso la sua preghiera, quando mette in contatto le persone e le situazioni affidategli con la Parola divina pronunciata dallo Spirito». E in tale intimità che egli matura la libertà di distinguere, per sé e per gli altri, i tempi di Dio e della sua grazia. Una condizione essenziale per progredire nel discernimento è educarsi alla pazienza di Dio. Egli non fa «piombare il fuoco sugli infedeli» (cfr. Lc 9,51-56), né permette agli zelanti di «strappare dal campo la zizzania» (cfr. Mt 13 ,24-30), ma sollecita ad «alzare gli occhi e a guardare i campi che già biondeggiano per la mietitura» (cfr. Gv 4,35). Aggiunge papa Francesco, rivolgendosi ai vescovi neofiti:

Il discernimento è un processo creativo, che non si limita ad applicare schemi. E un antidoto contro la rigidità, perché le medesime soluzioni non sono valide ovunque. E sempre l’oggi perenne del Risorto che impone di non rassegnarsi alla ripetizione del passato e di avere il coraggio di domandarsi se le proposte di ieri sono ancora evangelicamente valide.

La Chiesa può compiere la sua missione soltanto se pastori e fedeli si impegnano, insieme, a scrutare i segni dei tempi alla luce del Vangelo, non per applicare ai problemi nuovi i rimedi e le regole del passato, bensì per dare a essi risposte adatte a ogni generazione e alla varietà delle situazioni. L’ascolto reciproco non ha il fine di far prevalere un’opinione su un’altra, ma di creare le condizioni per un’intesa che sia la sintesi di tutte le prospettive e le esperienze.

Il metodo sinodale, ricercando il più ampio consenso possibile, è molto più vantaggioso di quello democratico, che conserva la sua funzione per il governo della società, dove il consenso è basato su una maggioranza e una minoranza. La logica sinodale della convergenza non contraddice la matematica, ma è piuttosto una grammatica di base, la sintassi della comunione.

Pregare per la pace

Io lo dico e ne do testimonianza: il mio cuore è turbato, la mia coscienza è lacerata, i miei pensieri si smarriscono. Tutti noi, senza fare eccezione tra credenti e non credenti possiamo ripetere: i nostri cuori sono turbati, le nostre coscienze: sono lacerate, i nostri pensieri si smarriscono, le nostre opinioni tendono a dividersi. Smarrimento e angoscia che non ci coinvolgono solo sul terreno del lutto per i morti, delle lacrime per tutti i feriti, del lamento doloroso per i profughi, per i senza tetto, per coloro che vivono nell’angoscia dei bombardamenti giorno e notte. Mi domando allora con voi: perché rischiamo di essere smarriti persino nell’ambito della fede e della preghiera?

La risposta è molto semplice. Perché ci viene spontaneamente sulle labbra la domanda, quasi una protesta a Dio, come Giobbe: abbiamo già pregato, abbiamo chiesto tanto la pace, hanno pregato i nostri bambini, i nostri malati offrendo le loro sofferenze, ma tu, Signore, non ci hai esaudito! Ecco un grande motivo della nostra sofferenza civile, umana, religiosa, che tocca il cuore della fede: perché, Signore, non ci ascolti? perché nascondi il tuo volto? eppure in te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati. Ma io grido di notte e tu non ascolti, di giorno e tu non te ne dai pensiero!

Vengono alle labbra queste parole dei Salmi, parole non inventate da noi, bensì pronunciate dai credenti di Israele di oltre duemila anni fa, che già si sono trovati davanti a Dio con questo lamento e con questa angoscia nel cuore.

Intravediamo una prima ragione del motivo per cui non siamo stati esauditi! Nelle nostre preghiere non siamo partiti da una chiara ammissione e ammenda delle nostre colpe. “Essi – dice Neemia – mentre godevano del loro regno, del grande benessere che tu largivi loro … non ti hanno servito e non hanno abbandonato le loro azioni malvagie”. Noi confessiamo: Ci siamo attaccati al nostro benessere, ne abbiamo approfittato in tutti i modi, lo abbiamo eretto a idolo, e poi pretendevamo che tu, o Dio, ci esaudissi, nel timore che questo benessere ci venisse a mancare. Però non possiamo nasconderci come questi egoismi evidenti, che vengono a galla, abbiano origini oscure e tenebrose nel fondo dei nostri stessi cuori Noi non abbiamo saputo fare un esame di coscienza nel profondo. Ha detto giustamente qualcuno: “I fiumi di sangue sono sempre preceduti da torrenti di fango”. In tali torrenti abbiamo sguazzato un po’ tutti noi umani, uomini e donne di ogni paese e latitudine: l’immoralità della vita, gli egoismi personali e di gruppo, la corruzione politica, i tradimenti e le infedeltà a livello interpersonale e familiare, il menefreghismo, l’indolenza e lo sciupio delle energie di vita per cose vane, frivole o dannose, l’insensibilità di fronte ai milioni di esseri umani la cui vita è soffocata con l’aborto, il volgere la testa di fronte alle miserie di chi sta vicino o di chi viene da lontano, il commercio della droga. Sì, in questi torrenti di fango ci siamo lasciati coinvolgere, ci siamo magari talora anche divertiti in maniera spensierata e irresponsabile. E poi vorremmo che Dio venisse incontro a una preghiera che spesso nasce proprio dalla paura di perdere le nostre comodità, il nostro benessere, di dover un giorno pagare di persona per i nostri errori.

Mi pare di poter portare una seconda ragione per cui la nostra preghiera non è stata esaudita. Io temo che spesso non l’abbiamo bene indirizzata. Abbiamo chiesto la pace come qualcosa che riguardava gli altri; abbiamo insistito perché Dio cambiasse il cuore dell’altro, nel senso naturalmente che volevamo noi. In realtà, il primo oggetto della autentica preghiera per la pace siamo noi stessi: perché Dio ci dia un cuore pacifico. “Dona nobis pacem” significa anzitutto: Purifica, Signore, il mio cuore da ogni fremito di ostilità, di partigianeria, di partito preso, di connivenza; purificami da ogni antipatia, pregiudizio, egoismo di gruppo o di classe o di razza. Tutti questi sentimenti negativi sono incompatibili con la pace. Eppure emergono vistosamente proprio ai nostri giorni, stimolati dalle notizie, dalle immagini che vediamo, stimolati dalle vibrazioni delle voci dei bollettini di guerra, dalla curiosità stessa eccitata da un conflitto la cui tecnologia sfiora l’inverosimile.

Così, mentre preghiamo per la pace, nel fondo del nostro cuore finiamo per parteggiare, per giudicare, per auspicare l’uno o l’altro successo di guerra. L’istinto si scatena, la fantasia si sbizzarrisce, e la preghiera non tende verso quella purificazione del cuore, dei sensi, delle emozioni e dei pensieri che sola si addice agli operatori di pace secondo il Vangelo. È esigente essere operatori di pace secondo il Vangelo; è un dono che non si compra a poco prezzo, perché viene dallo Spirito e occorre accettare di pagarlo a caro prezzo.

La preghiera vera di intercessione

Ora desidero chiedere al Signore di farci fare un altro passo avanti. Di farci intendere qual è il senso profondo di una vera preghiera per la pace, che sia una preghiera di intercessione nel senso biblico, simile alla preghiera di Abramo, alla preghiera di Gesù su Gerusalemme. Che cosa significa, Signore, fare davvero una preghiera di intercessione?

Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo. Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Cosi facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato.

Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione.

È il gesto di Gesù Cristo sulla croce. Egli è colui che è venuto per porsi nel mezzo di una situazione insanabile, di una inimicizia ormai giunta a putrefazione, nel mezzo di un conflitto senza soluzione umana. Gesù ha potuto mettersi nel mezzo perché era solidale con le due parti in conflitto, anzi i due elementi in conflitto coincidevano in lui: l’uomo e Dio.

Ma la posizione di Gesù è quella di chi mette in conto anche la morte per questa duplice solidarietà; è quella di chi accetta la tristezza, l’insuccesso, la tortura, il supplizio, l’agonia e l’orrore della solitudine esistenziale fino a gridare: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46).

Questa è l’intercessione cristiana evangelica. Per essa è necessaria una duplice solidarietà. Tale solidarietà è un elemento indispensabile dell’atto di intercessione. Devo potere e volere abbracciare con amore e senza sottintesi tutte le parti in causa. Devo resistere in questa situazione anche se non capito o respinto dall’una o dall’altra, anche se pago di persona. Devo perseverare pure nella solitudine e nell’abbandono. Devo avere fiducia soltanto nella potenza di Dio, devo fare onore alla fede in Colui che risuscita i morti.

Tale fede è difficile, per questo l’intercessione vera è difficile. Ma se non vi tendiamo, la nostra preghiera sarà fatta con le labbra, non con la vita.

Naturalmente un simile atteggiamento non calpesta affatto le esigenze della giustizia. Non posso mai mettere sullo stesso piano assassini e vittime, trasgressori della legge e difensori della stessa. Però, quando guardo le persone, nessuna mi è indifferente, per nessuno provo odio o azzardo un giudizio interiore, e neppure scelgo di stare dalla parte di chi soffre per maledire chi fa soffrire. Gesù non maledice chi lo crocifigge, ma muore anche per lui dicendo: “Padre, non sanno quello che fanno, perdona loro” (Le 23,34).

2.  Se una preghiera non raggiunge questa duplice solidarietà, se intercede perché il Signore soccorra l’uno e abbatta l’altro, ignora ancora il bisogno di salvezza di chi è eventualmente nel torto, di chi ha scelto contro Dio e contro il fratello, lo abbandona, non gli mette la mano sulla spalla, e la sua non è una preghiera di intercessione.

Nella misura dunque in cui facciamo delle scelte esclusive nel nostro cuore, e condanniamo e giudichiamo, non siamo più con Gesù Cristo, nella situazione che lui ha scelto, e dobbiamo dubitare della validità e della genuinità della nostra preghiera di intercessione.

Un grido di intercessione –
C. M. Martini – omelia nella veglia per la pace, 29/01/1991

In questa settimana in cui siamo chiamati a pregare e digiunare per la pace, vorrei riproporre alla nostra rilessione delle illuminanti e profetiche parole del card. Martini. Sono parole che ci scuotono e ci provocano, come ogni autentica parola profetica che ci invita a volgere di nuovo il cuore a Dio e lasciare che sia Lui ad agire in noi. Meditandole e pregando per la pace, chiediamo di fare nostro lo stile proprio della preghiera cristiana: stare davanti a Dio perché questo incontri cambi anzitutto il nostro cuore e noi, una volta convrtiti, possiamo compiere la sua volontà e costruire il suo Regno di giustizia e di pace.