L’umiltà, via privilegiata di guarigione e Vita/1

Iniziamo la nostra esplorazione delle malattie spirituali con il rimedio principale all’ORGOGLIO, cioé l’umiltà, e poi con la sua corrispondenza corporea, il collo, poiché la vita spirituale utilizza il nostro corpo per manifestarsi e sperimentarsi.
Soltanto la gioia, l’azione di grazie, la carità e l’umiltà sono porte di ingresso per curare le malattie spirituali; esse dimorano in Cristo e in Dio. L’umiltà è “connaturale” a Dio e all’uomo. Essa è il principio della vita spirituale, al contrario dell’orgoglio che è il principio di un’esistenza mortifera.
L’umiltà è la “porta” che l’uomo deve varcare per ridiventare a immagine e somiglianza di Dio, poiché è attraverso l’orgoglio che si è allontanato per sempre dal suo Creatore e Salvatore. L’umiltà è la “chiave” che apre al dialogo con Dio , mettendo la creatura al suo giusto posto davanti a lui. Essendo umile, l’uomo si situa nella verità, cioé in quanto creatura che attende la vita dal suo Creatore. Egli si colloca in uno stato di ricettività e accoglienza della grazia: mediante la fede, può così aderire personalmente alla Presenza nascosta e rivelata di Dio.
Cominciare con l’umiltà è un modo per dire a noi stessi che Dio è il primo, che Egli è l’origine e il principio di tutte le cose.

La base dell’umiltà è in primo luogo accettare il reale. Questo è il solo mezzo per accedere alla vera spiritualità cristiana e all’equilibrio emozionale. Essere umile è sapere in modo profondo che possiamo restare coricati o curvati a causa di una di queste malattie, ma possiamo essere rialzati e sollevati da uno suardo, un gesto e un tocco di Cristo e della sua luce. Essere umili non significa essere al disopra o al disotto di tutti, ma cercare, in mezzo e al di là delle tentazioni, di continuare a camminare e avanzare in modo vivo e gioioso. L’umiltà ci chiede di essere semplici, di semplificarci nei rapporti con noi stessi e con gli altri.

Riconoscersi malati davanti al Signore, e non davanti al proprio ego
Una sana conoscenza di sé non è ancora l’umiltà, ma vi conduce attraverso il riconoscimento delle proprie debolezze. Dobbiamo accettare ciò che siamo per essere trasformati, ed è Cristo che ci guarisce. Riconoscerci malati, vederci chiaro, significa umiliarsi davanti al Signore grazie allo Spirito Santo, e non davanti al proprio ego. Lo Spirito Santo ci conferisce l’umiltà, apre una breccia nello spirito e permette uno sguardo chiaro sullo stato del nostro cuore onde discernere, dare un nome. L’umile, grazie allo Spirito, giugne ad una visione chiara di ciò che lo separa da Dio. E’ nelle umiliazioni, nelle aspirazioni deluse, nei progetti che non riescono, nelle contraddizioni o nei tradimenti che lo Spirito Santo apre una breccia. Dobbiamo innanzitutto prendere in esame ciò che accade rima di disfare a poco a poco i nodi dei nostri pensieri, delle emozioni; dare un nome alle tentazioni, alle pulsioni, alle trsgressioni he portano a inabissarsi nell’orgoglio, e poi guardare gli sconvolgimenti e i disastri che l’arroganza ha prodotto in noi e attorno a noi.
L’umiltà è il riconoscimento che, senza l’aiuto e il soccorso di Dio, è impossibile fare qualcosa di buono; che ogni bene che abbiamo viene da Lui.

L’umiltà, fattore di guarigione spirituale
Nella misura in cui l’orgoglio appare come la prima causa della caduta, l’umiltà può apparire come la prima causa della salvezza. Senza di essa è impossibile affrancarsi dal male. Guarendo l’uomo da tutte le malattie e inglobando tutte le virtù, l’umiltà gli permette di ridiventare pienamente uomo. Mediante l’umiltà, l’uomo si rende permeabile all’azione della mano del Padre nostro; egli smette di attaccarsi a se stesso e si apre alla grazia. Quando l’uomo crede di possedere il suo essere, si sfigura. Al contrario, quando si riconosce creatura fatta di terra, non fa niente di straordinario, ma dice la verità che diventa un antidoto alla malattia dell’orgoglio.

Riconoscere la verità del proprio essere e della propria origine
L’orgoglioso non si conosce, si crede ciò che non è. L’umiltà consiste nel riconoscere che i doni (umani o spirituali) sono doni di cui siamo solo i depositari, i gestori o i debitori. Cristo ci spiega, al riguardo, che facciamo solo il nostro dovere e che “siamo servi” semplici, inutili. Non si tratta di interpretare queste parole come disistima o non-riconoscimento del nostro valore; dobbiamo imparare a metterci o a rimetterci al nostro posto sotto lo sguardo di Colui che ci salva e ci illumina. Si tratta di fare la nostra parte, solo la nostra parte e tutta la nostra parte con tutte le qualità e i doni che ci sono stati elargiti. Rimanere in quest’umile verità ci insegnerà a non lasciarci trascinare dalla vanità, dalla vanagloria, dall’adulazione e dall’illusione di credersi al disopra (o al disotto) della media. L’umile si conosce e sa di essere capace del meglio come del peggio. Per questo, in generale, l’umiltà consiste, per l’uomo, nel riconoscere i propri limiti, la propria debolezza, la propria impotenza, la propria ignoranza.

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