Anche lui è figlio di Abramo!

In questa domenica, che immediatamente ci prepara ad entrare nel tempo della quaresima, siamo invitati a riflettere su un tema molto ampio e delicato: il perdono. Una “parola” di cui molto spesso abusiamo facendola diventare sinonimo di “dimenticare”, di “lasciar perdere”, di “far finta di niente”: tutte espressioni che sono molto lontane dal significato di perdono cristiano e che, a bene guardare, nemmeno sono praticabili. Forse che possiamo dimenticare una offesa subita, forse che possiamo davvero lasciar perdere e far finta di niente di fronte ad una grave ingiustizia subita? Lasciamo allora che sia l’incontro tra Gesù e Zaccheo ad accompagnarci nel nostro pregare e convertirci rispetto al tema centrale del perdono.

Iniziamo soffermandoci su Zaccheo. La breve descrizione iniziale ci offre di lui un ritratto molto interessante. Da un lato, Luca dipinge Zaccheo con i colori forti di un incallito peccatore, di un uomo disprezzato, o, con le parole stesse dell’evangelista: piccolo di statura. Era un “omuncolo”, non tanto per il fisico, ma per la sua condotta morale, che poi morale non era! In lui ritroviamo i tratti più odiosi sia per la società del tempo che per la tesi del Vangelo di Luca che ritiene la ricchezza sempre ingiusta: era capo dei pubblicani e ricco. A sorpresa, però, Luca ci offre altri elementi per comprendere chi sia Zaccheo e cosa abiti il suo cuore. Ci viene detto che “vuole vedere Gesù” e che, data la sua bassa statura (morale), si nascose tra i rami di un albero. Il suo nascondersi tradisce forse un senso di vergogna o di paura. La vergogna esprime la consapevolezza di essere un “peccatore”, di aver compiuto e compiere gesti deprecabili. La paura dice il timore di essere giudicato, additato e cacciato, se non da Gesù la cui fama di amico dei peccatori era nota, ma dalla folla certamente. Nel cuore combattuto di quest’uomo, emerge forte un desiderio: voler almeno “vedere” Gesù. Espressione che, anche solo come associazione di idee, richiama l’emorroissa che voleva “toccare un lembo del mantello” di Gesù avendo l’intima certezza che sarebbe guarita. Forse era così anche per lui, forse confidava che “vedere” Gesù avrebbe saziato il desiderio che si agitava nel suo cuore… Come per quella donna, anche per Zaccheo non è possibile rimanere nel nascondimento: Gesù lo cerca, lo vede, lo chiama per nome e si autoinvita a casa sua. In un attimo, Gesù supera i timori e la vergogna che avevano spinto Zaccheo a nascondersi (Adamo, dove sei? – Mi sono nasconsto perché ho sentito i tuoi passi) e Zaccheo, sentendosi chiamato per nome con amore, lascia correre a briglie sciolte il suo desiderio più profondo: lasciarsi incontrare dalla misericordia di Dio perché potesse iniziare una vita nuova, piena e vera.

Il dialogo in casa di Zaccheo ci rivela qualcosa di Gesù e ci aiuta a illuminare il perdono cristiano (di Cristo, come Gesù Cristo lo ha inteso). Gesù, come già abbiamo avuto modo di vedere la scorsa domenica, ribadisce di essere venuto proprio a cercare coloro che si riconoscono peccatori. E’ venuto a dimorare nella loro casa, il loro cuore, come colui che porta salvezza. Salvezza si rivela dunque come il sinonimo più proprio di perdono! Perdonare è tirare fuori il peccatore dalla morsa del male che ha compiuto e che ora lo tiene prigioniero, impedendogli una vita nell’amore dei fratelli e di Dio, una vita dove sentirsi apprezzato, amato, inseritoin dinamiche positive di socialità…

Cos’è allora, e quali elementi costituiscono il perdono che Gesù offre al peccatore? E quali le conseguenze? Tutto pare ruotare attorno al tema della “identità”, di cosa diciamo dell’altro e di noi stessi. Torniamo, da questa prospettiva, al nostro brano. Gesù e la folla concordano, almeno inizialmente, nel loro giudizio su Zaccheo. La folla dice di lui che è un peccatore. Gesù afferma che Zaccheo era “perduto”. Questo aggettivo usato da Gesù, più che descrivere Zaccheo, disvela il giudizio della folla su Zaccheo. Per la folla, il capo degli esattori, non solo era peccatore, ma era “perduto”. E, lo sappiamo, dire che una persona è “persa” significa dire che per lei non c’è possibilità di cambiare, che ormai non si può fare più niente. Conil linguaggio dell’identità, per la folla Zaccheo è e sarà sempre identificato conil male che ha compiuto. In lui c’è solo questo, non è rimasto altro.

Completamente diverso è lo sguardo di Gesù che definisce Zacche così: anch’egli è figlio di Abramo e dunque di Dio, ha in sé l’immagine di Dio e la potenzialità di amare come è amato da Dio. Lo sguardo di Gesù sa riconoscere che il male certo ha segnato profondamento Zaccheo, ma non ha potuto distruggere l’immagine divina che porta scritta nel cuore. Gesù, con il suo sguardo, il suo cercarlo, il suo stare con lui, è andato a “risvegliare” quella sua identità profonda che Zaccheo sapeva esserci, ma non poteva raggiungere da solo (e a causa di quella condanna definitiva che la folla gli aveva dato). Gesù è entrato in sintonia con la verità di Zaccheo e ha fatto divampare quel fuoco che era in lui, pur essendosi ridotti a un lumicino fumigante. Alla luce di questo, perdonare è donare di nuovo all’altro la sua vera identità di figlio di Dio, riconoscere in lui/lei che, nonostante il male compiuto, è ancora e sempre capace di bene e di amore. La salvezza è dire all’altro e risvegliare in lui, la sua vera identità. E questo è esattamente quello che accade: il ricco approfittatore ed egoista, una volta perdonato (sentendosi amato e riconosciuto nella sua identità di figlio di Abramo), vive di dono e condivisione, si mette a servizio della vita degli altri.

Perdonare è, allora, possibile solo dopo che abbiamo accolto in noi lo stesso sguardo di Gesù e aver scoperto che siamo e rimaniamo sempre figli di Dio, capaci di amare come Lui. E perdonare sarà dire all’altro, con il nostro sguardo, le nostre parole e le nostre azioni, che non facciamo finta di niente, che non dimentichiamo, che non lasciamo correre, ma che sappiamo e crediamo che lui/lei è figlio di Dio e dunque non è perduto, ma può amare e vivere quella sua identità profonda e indistruttibile. Perdonare è avere questo sguado sull’altro, uno sguardo che entra in sintonia con l’immagine di Dio in lui e la risveglia. Da qui partirà il cammino di conversione. Che non sarà un percorso ad ostacoli dove dimostrare di essere cambiato, ma un camminare insieme aiutandosi a vivere ciò che siamo, lottando contro il male che vuole imprigionare di nuovo e sfigurare la bellezza dell’essere e poter amare da figli di Dio. E’ questo il perodno che fa nuove tutte le cose e, nella giustiazia che ha il suo vertice nella misericordia, crea la pace vera, quella che discende dal cielo.

27 febbraio 2022

Domenica del “Perdono”

VANGELO Lc 19, 1-10
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il Signore Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Un pensiero su “Anche lui è figlio di Abramo!

  1. Gesù passa, alza lo sguardo, ed è tenerezza che chiama per nome: Zaccheo, scendi. Non giudica, non condanna, non umilia; tra l’albero e la strada uno scambio di sguardi che va diritto al cuore di Zaccheo e ne raggiunge la parte migliore (il nome), frammento d’oro fino che niente può cancellare. Poi, la sorpresa delle parole: devo fermarmi a casa tua. Devo, dice Gesù. Dio viene perché deve, per un bisogno che gli urge in cuore; perché lo spinge un desiderio, un’ansia: a Dio manca qualcosa, manca Zaccheo, manca l’ultima pecora, manco io. Devo fermarmi, non semplicemente passare oltre, ma stare con te. L’incontro da intervallo diventa traguardo; la casa da tappa diventa meta. Perché il Vangelo non è cominciato al tempio ma in una casa, a Nazaret; e ricomincia in un’altra casa a Gerico, e oggi ancora inizia di nuovo nelle case, là dove siamo noi stessi, autentici, dove accadono le cose più importanti: la nascita, la morte, l’amore.

    (Padre Ermes Ronchi)

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