La salvezza: una fede che si esprime nella gioia della gratitudine

Domenica scorsa abbiamo pregato e meditato a partire dalla fede mostrata dal centurione che riconosceva a Gesù autorità sul male e desiderio di dare vita ad ogni uomo. Fede che non chiedeva segni o azioni eclatanti, ma che riconosceva come “solo una parola” sarebbe stata in grado di rendere vita piena al servo malato. Siamo stati così invitati a riflettere sul nostro rapporto con il Dio di Gesù Cristo che si è manifestato a noi come colui che è tra noi per donarci vita piena e in abbondanza, sapendo trasformare ciò che siamo in un segno pieno e sovrabbondante del suo amore. L’episodio di Vangelo che ci viene proposto in questa domenica riprende il tema della fede e ci fa fare un ulteriore passo.

I dieci lebbrosi che gridano a Gesù riconoscendone l’importanza e i ruolo di riferimento e guida (maestro) mostrano la loro fede in lui obbedendo al suo comando. Recarsi dai sacerdoti per essere dichiarati guariti, svolgere i riti di purificazione, e quindi poter ritornare nella vita sociale del villaggio, erano tutte azioni da compiere una volta guariti. Il sacerdote doveva sancire l’avvenuta guarigione. Nonostante sapessero questo e fossero ancora lebbrosi, si affidano alla parola di Gesù e vanno dal sacerdote. In tutti e dieci riconosciamo dunque persone che hanno fede in Gesù, che obbediscono alla sua parola e così sono guariti. Iniziamo qui a sottolineare un primo aspetto: la fede si caratterizza come obbedienza alla Parola di Dio, si esprime come mettere in pratica ciò che Lui dice. L’obbedienza della fede porta alla guarigione. Il brano però non si conclude qui, anzi, possiamo dire che la parte più importante inizia proprio nel momento in cui i dieci si guardano e si scoprono guariti.

Nove di loro possiamo immaginare che abbiano proseguito il cammino, siano andati dal sacerdote, siano stati dichiarati puri e dunque avranno ripreso la loro vita nel villaggio. Non sappiamo niente di loro se non che sono stati guariti.

Il decimo, che scopriremo essere uno straniero, “torna a dare gloria a Dio e si prostra davanti a Gesù per ringraziarlo”. Fermiamoci sui verbi ed i relativi soggetti:
– dà gloria a Dio: riconosce che Dio è colui che vuole e opera la guarigione. Dio è colui che vuole l’uomo inserito nella rete di relazione con gli altri uomini, è colui che desidera una vita piena e vera per l’uomo. Riconosce che Dio è misericordioso e ascolta la voce dei suoi figli che gridano a Lui.
– si prostra davanti a Gesù: questo gesto non esprime ringraziamento o lode, ma indica che egli riconosce che Gesù è il Signore, è Dio in mezzo a noi. E’ solo davanti a Dio che ci si prostra! Con il suo gesto, egli esprime che davvero Gesù è Dio che salva, come dice il suo nome!
– davanti a Dio di cui ha riconosciuto la volontà salvifica e che riconosce in Gesù, egli ringrazia. Riconosce come dono ciò che gli è accaduto. Riconosce che l’agire di Dio nei suoi confronti ha la forma del dono d’amore a cui non può che corrispondere una vita nella gratitudine, nella gioia di chi si sa amato. Vivere nella logica della gratitudine porta a condividere il dono ricevuto, a vivere a partire dall’amore ricevuto, nella gioia e nella libertà di chi sa che non ha nulla da meritarsi, ma tutto riceve in dono.

Davanti a lui che ringrazia, Gesù “tira le somme” dell’accaduto e indica in cosa consiste il frutto maturo della fede. Frutto che è destinato a tutti, senza distinzioni: è questo il senso del menzionare l’origine di quel “decimo” lebbroso. Il frutto maturo della fede è la salvezza, che non è la stessa cosa della guarigione! La salvezza ha a che fare con una mentalità, con la modalità in cui si comprende tutta la propria esistenza: è salvo, vive nella pace e costruisce un regno di giustizia e amore, colui che non solo riconosce la gloria di Dio (il suo amore per l’umanità e la sua misericordia, il suo desiderio di dare vita ad ogni persona), ma riconosce che l’essere amato così è dono, puro dono di Dio. Mai meritato, mai guadagnato, mai estorto a furia di preghiere e sacrifici. La salvezza è scoprirsi oggetto dell’amore di Dio solo perché Dio vuole così: il suo amore è dono a noi. Dono che ci vuole coinvolgere nella relazione con Lui e che ci invia (va’, la tua fede ti ha salvato) a condividere lo stesso dono (ad amare come siamo amati e dunque generare un mondo nuovo radicato in Dio). Questa è anche la differenza con gli altri nove: la guarigione non sfocia in salvezza, in una vita che gioisce della gratitudine di un dono, ma che rimane schiava di una legge e di una paura di non meritarsi l’amore, ma di rischiare sempre i castigo di un Dio che ama solo chi “fa il bravo”.

La salvezza manifestata e offerta da Gesù è tutta racchiusa qui: scoprirci amati gratuitamente, scoprire che Dio, per sua libera e indipendente (immutabile) decisione, fa dono di sé e del suo amore a noi perché viviamo della sua stessa vita. E’ “salvato” colui che comprende questo e vive nella gratitudine e fa a sua volta circolare il medesimo dono. E’ salvo che abbandona la logica del merito e della pretesa, la paura di deludere e il richiedere di essere all’altezza e abbraccia la logica del dono, della gratitudine che genera legami di reciprocità nella libertà e nella serenità di sapere che l’altro è per me perché lo ha scelto lui e non per quanto sono bravo o all’altezza delle sue attese su di me.

Il mondo nuovo, il Regno inaugurato da Gesù e disponibile a chi crede in Lui, inizia da qui: dalla gratitudine che riconosce tutto come dono e, accogliendolo, lo fa circolare facendo di questa logica, la logica di ogni azione e relazione.

Questa vita nuova radicata nella gratitudine è disponibile per tutti. In questa domenica chiediamo anche per noi di riconoscere la gloria di Dio, la sua scelta di amarci e donarci liberamente a noi, e di rispondere a Lui con una fede che si esprime in una vita grata, che si fa canto di lode per le grandi cose che Dio ha fatto per noi e poi fa circolare lo stesso dono vivendo la giustizia e l’amore che vengono da Dio e che ci rendono tutti fratelli.

13 febbraio 2022

VI domenica dopo l’Epifania

VANGELO Lc 17, 11-19
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo. Lungo il cammino verso Gerusalemme, il Signore Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Un pensiero su “La salvezza: una fede che si esprime nella gioia della gratitudine

  1. Il samaritano salvato ha qualcosa in più dei nove guariti. Non si accontenta del dono, lui cerca il Donatore, ha intuito che il segreto della vita non sta nella guarigione, ma nel Guaritore, nell’incontro con lo stupore di un Dio che ha i piedi nel fango delle nostre strade, e gli occhi sulle nostre piaghe. A lui non basta tornare dai suoi, alla sua famiglia, travolto da questa inattesa pienezza di vita, vuole tornare alla fonte da cui è sgorgata.
    Altro è essere guariti, altro essere salvati.

    Nella guarigione si chiudono le piaghe, ma nella salvezza si apre la sorgente, entri in Dio e Dio entra in te, come pienezza. I nove guariti trovano la salute; l’unico salvato trova il Dio che dona pelle di primavera ai lebbrosi, che fa fiorire la vita in tutte le sue forme, e la cui gloria è l’uomo vivente, «l’uomo finalmente promosso a uomo» (P. Mazzolari).

    Padre Ermes Ronchi

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