La fede, risposta dell’uomo a Dio che si manifesta

Nelle scorse domeniche siamo stati “testimoni” della manifestazione di Dio in Gesù Cristo. In Lui abbiamo visto il volto di Dio che viene tra noi e si offre a noi come colui che sa dare pienezza alla nostra vita con il suo amore che sa fare nuove tutte le cose (l’acqua trasformata in vino a Cana). In Lui abbiamo il cibo sovrabbondante che sostiene la nostra quotidianità e ci mostra la via della pace che è la solidarietà e la condivisione. Nella sua “carità” abbiamo riconosciuto la via per il nostro amore quotidiano. Questo manifestarsi e offrirsi di Dio a noi diventa appello alla nostra libertà. Il dispiegarsi del suo amore per noi chiede una risposta di amore, interpella il nostro cuore, la nostra mente e le nostre “mani”. Una risposta che oggi ascoltiamo sulle labbra del centurione pagano e straniero e che la liturgia ci propone ogni volta che stiamo per ricevere il pane spezzato, la comunione all’unico corpo di Cristo che è la Chiesa, la nuova famiglia dei credenti.

A Dio che si dona all’uomo e lo invita a corrispondere al suo amore, la risposta dell’uomo è l’assenso della fede. Assenso dice la decisione positiva, l’accogliere e l’acconsentire ad entrare dentro alla relazione che Dio ci offre. Questo sì a Dio poggia sulla “fede”. Fede che non si traduce come: non so cosa pensare o dire, non ho argomenti per dire che non è come dici tu, e allora mi fidi. La fede non poggia sulla irrazionalità, non è un salto nel buio, non è l’ultima spiaggia sostenuta solo da un moto emotivo…
E’ il centurione che ci mostra la via per dare contenuto al termine “fede”. Egli parte dalla sua esperienza: sa che se dà un comando, il suo sottoposto gli obbedisce. Avendo riconosciuto in Gesù una “autorità” che gli dà potere sul male e che libera e dona vita, non ha bisogno di gesti eclatanti o dimostrazioni particolari: come a lui basta una parola perché accada quello che lui vuole, così a Gesù, che è Signore, basta una parola. Sulla base della sua esperienza e su quello che ha conosciuto di Gesù, si fida di Lui: sa che vuole e può guarire il suo servo. Sa, con il cuore e con la testa, che la Parola di Gesù produrrà i suoi effetti, perché ha riconosciuto in Gesù una signoria che vince il male che opprime e schiaccia la vita dell’uomo e la volontà di bene e di vita per ogni uomo.
L’assenso della fede, non è allora un salto nel buio, ma un affidarsi sereno e consapevole nelle braccia del Dio di Gesù Cristo, è affidare a Lui la propria vita perché sappiamo che seguendo Lui realizzeremo noi stessi insieme con gli altri, non a loro discapito. Avere fede ee fidarsi di Dio non è poi una astrazione, o un ragionamento da “ultima spiaggia”, ma diventà responsabilità e impegno: fidarmi del Dio di Gesù Cristo è vivere ascoltando Lui per chè abbiamo creduto e conosciuto che il suo amore è vera vita per noi, che il suo modo di essere uomo è la verità che dona pace a noi e a tutti. La fede diventa così necessariamente vita: una fede senza le opere è morta! E’ questo il senso del rimprovero di Gesù ai suoi connazionali presenti alla scena: la fede non è un “titolo” onorifico di cui vantarsi, ma è impegno preciso di vita, stile di vita riconoscibile e visibile. Si aprirebbe qui il capitolo enorme e attualissimo di un riferimento “laico” o “civile” al cristianesimo che non può essere scambiato per fede: la fede non è riferimento più o meno strumentale a simboli e pratiche religiose (dove, per sé, religione è l’esatto contrario della fede), ma è una vita vissuta fidandosi e affidandosi alla parola di Gesù Cristo, accogliendo Lui come via, verità e vita. Non entriamo però in questo capitolo, ma lasciamo che sia ancora la Parola del Vangelo a guidarci in un ultimo passo della nostra riflessione. La fede, ci ricorda in modo chiarissimo san Paolo nel brano proposto come seconda lettura – Rm 10,9-13 – e lo fa intuire Gesù nel nostro brano, genera legami nuovi creando un popolo nuovo dove ciò che costituisce gli individui come popolo è proprio l’unica fede.

E’ questo l’ultimo passo che compiamo oggi: la fede non è solo questione personale. Credere in Gesù, professare la fede in Lui è, immediatamente, scoprirsi, sentrisi parte ed essere realmente parte di un popolo: il popolo dei credenti. Questo popolo raccoglie uomini e donne di ogni “lingua, popolo e nazione”, in esso si trovano persone di ogni ceto e condizione e tutti condividono lo stesso stile. In questo senso danno origine ad una nuova “società” che dovrebbe essere segno e presenza del Regno già ora. Questo popolo prende il nome di Chiesa, coloro che sono radunati dall’amore del Signore che si è manifestato a loro e che loro hanno accolto e creduto dando l’assenso della propria fede. Anche qui si aprirebbe un percorso decisico rispetto al volto delle nostre comunità e al nostro modo di intendere la fede. Riassumendolo in forma di domanda:
– quanto la mia fede è “individuale” e quanto sento e vivo come decisivo il mio essere parte della comunità dei credenti? (è qui che si base la impossibilità di credere in Gesù, ma non nella Chiesa: le due cose o stanno insieme o non stanno in nessun modo perché Gesù è venuto a radunare un popolo, non a creare relazioni individuali con tante persone)
– come e dove si vede che la nostra comunità cristiana e segno e presenza del Regno perché vive al suo interno (e quindi poi riversa all’esterno) l’amore di Dio che vede in Gesù Cristo e in cui ha creduto?

Guardando al centurione e alla sua fede in Gesù, domandiamo che anche noi possiamo riconoscere in Gesù “il Signore” che ci guida sulla via della vita vera e piena. Invochiamom il dono dello Spirito perché ci aiuti a dare in nostro assenso di fede e di vivere come persone e come popolo nuovo, riunito e inviato dal suo amore, che con umiltà e gioia invita altri a scegliere Gesù come proprio Signore.

6 febbraio 2022

V domenica dopo l’Epifania

VANGELO Mt 8, 5-13
✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo

Quando il Signore Gesù fu entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito.

Un pensiero su “La fede, risposta dell’uomo a Dio che si manifesta

  1. «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!».

    Di fronte a questo centurione e alla sua fede sincera, ci sentiamo piccoli, incapaci, superficiali, egli ha saputo riconoscere Gesù e abbandonarvisi con gioia e sicurezza. Invece noi, che lo abbiamo vissuto fin dal battesimo, non siamo in grado, molte volte, di credere e affidarci, lasciando agire il suo amore nella nostra vita.

    La fede non è qualcosa che viene dal ragionamento, ma dal cuore, è un abbandono che non si fa domande ma che ha già le risposte.

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