I cristiani, segni di speranza perché vivono per l’eternità, certi che solo la vita donata è feconda

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

Sperare, per il cristiano, è vivere nel mondo fissando lo sguardo in Dio e nella sua promessa di fedeltà. Sperare pone così nell’orizzonte della vita eterna, dove la vita guadagnata e compiuta è solo quella donata.
Su questo molti cristiani sono perfettamente d’accordo. Il difficile sta nel passare ai fatti. Vivere per l’eternità esige un tale cambiamento di prospettiva, un capovolgimento così radicale, che faticano a pervenirvi anche le migliori volontà. Gesù invita a capovolgere la nostra maniera di vedere il mondo. Si tratta di vivere orientati verso il cielo. Si tratta di capovolgere i valori e la logica del mondo, i valori del successo e della riuscita, per vivere la logica del Regno. Questo Regno in cui gli ultimi sono i primi, dove si possiede solo ciò che si dà, dove solo i deboli sono forti. E’ un po’ folle quando ci si pensa. Se fossimo veri cristiani, gli altri dovrebbero trovare che siamo un po’ matti. E’ guardando il mondo alla rovescia, uscendo dalle nostre logiche così familiari di egoismo e sicurezza, che si vede finalmente il mondo così com’è, ovvero come Dio lo ha voluto. La conversione chiede di imparare tutto di nuovo, a piccoli passi, come un bambino chemuove i suoi primi passi. E per vivere la vita cristiana , la vita del convertito, occorrerà avere fiducia in Dio, come da piccoli l’avevamo nei genitori.

Per nostra grande fortuna, esiste un luogo per questo apprendistato: l’eucaristia. Coloro che vanno a Messa sanno di non essere perfetti. E’ proprio per questo che ci vanno. Incapaci di donare la loro vita, di vivere per l’eternità, vengono a imparare a farlo radunandosi attorno alla sorgente di ogni dono. Andare a messa significa fare memoria che la fede cristiana è fondata su uno sbandamento, uno catastrofe, da cui, normalmente, essa non avrebbe mai potuto rimettersi. Per la comunità dei discepoli, la Passione è una piccola distruzione di Gerusalemme, una ragione di smarrire ogni speranza. Ed è questo senso di abbandono che Gesù è venuto a riempire con una parola che a esso dava tutto il suo senso: “Questo è il mio corpo, dato per voi”. Questo cambiava tutto. Da allora, non c’è atto di speranza più grande che venire ad ascoltare di nuovo questa Parola piantata al cuore della disgrazia, dell’angoscia, dell’assurdo. Andare a messa perché Gesù, ancora una volta, qui ci dà la sua vita. Andare per riceverla, per accettare di vivere, finalmente, di questa vita donata. Andare a messa perché non esiste altro modo di imparare a dare la propria vita che cominciare con il riceverla.

Lo dimentichiamo troppo spesso: il comandamento supremo, “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” non ci propone l’amore di Cristo come un esempio da imitare, che sarebbe per definizione fuori dalla nostra portata, “Come io ho amato voi” ha un senso ben più forte di quello di un modello: indica la fonte del nostro amore. Amatevi gli uni gli altri con l’amore con cui vi ho amato, con l’amore con cui non cesso di amarvi. Se tu dovessi amare gli altri con le risorse del tuo proprio cuore, ti troveresti ben presto a corto di carburante. Vieni a servirti qui al mio cuore, vieni a servirti al mio amore – quello che ti dono quando do la mia vita in questo pane e vino.

La nostra Gerusalemme è caduta, ma non è la prima volta nella storia della Chiesa d’Occidente. Le prime comunità monastiche, di fronte al crollo della “loro” Gerusalemme, si sono sforzate, nel disfacimento rapido del loro mondo, di salvare ciò che doveva essere salvato. Fuggite dal mondo per attendere alla propria salvezza, non hanno fatto dei loro monasteri delle piccole comunità ripiegate su di sé, o, ancor meno, occupate a gettare improperi sul presente e a celebrare il passato. Ciò che celebrano i monaci è la salvezza che Dio non cessa di offrire, la sua misericordia, la sua fedeltà, la sua presenza, tanto in un mondo in piena disgregazione come, ieri, nei momenti più alti dell’impero cristiano. Non cercano di lottare contro il mondo che li circonda, ma di farvi vivere la presenza di Dio, di proporgli instancabilmente la salvezza di cui esso ha così bisogno. Probabilmente si ripetevano l’un l’altro, quei monaci custodi della speranza del mondo, l’inquieta domanda che veniva fatta al profeta Isaia: “Sentinella, quanto resta della notte?” Consapevoli di essere sentinelle, potevano guardare la notte senza terrore, perché avevano nel profondo di sé abbastanza luce per non dubitare dell’esistenza del mattino.
Senza saperlo, spesso il nostro mondo ci pone la stessa domanda: “Sentinella, quanto resta della notte?”. Ci interroga sulla nostra speranza, e non attende da noi discorsi rassicuranti, teorie tranquillizzanti che provino che domani tutto andrà meglio; il mondo si aspetta da noi che viviamo per l’eternità, che noi viviamo per quello che conta davvero e che non passerà mai.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...