Sperare è credere che l’amore è più solido di tutto il resto

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

Sperare non è mentire a sé stessio nascondere la testa sotto la sabbia. E’ credere che l’amore è più solido di tutto il resto perché è il solo che ha promesse di eternità. Non passerà mai, dice san Paolo. Quando il mondo attorno a noi ci fa paura, la speranza cristiana non dice di stare lì a piagnucolare perché tutto va male, e neanche di sorridere stupidamente perché tutto andrà comunque bene; non ci invita ad aspettare che Dio distrugga questo mondo per farne un altro. Ci pone una domanda molto semplice: come fare di tutto questo un’occasione per amare di più?
Trasformare gli avvenimenti in opportunità di amare vuol dire riprodurre nel quotidiano il miracolo di Cana. Cambiare l’acqua della vita ordinaria in vino di vita eterna.

Un ingorgo stradale, di per sé, non ha un sapore proprio. Siamo noi che scegliamo, quasi come un riflesso, di farne un motivo di irritazione se non di nervosismo. Ed è vero per ogni cosa: tutto avrà il sapore che gli diamo noi. Sono tutte situazioni che ci mettono davanti persone da amare di più; tutte ci procurano occasioni di amare, dunque di essere felici. E’ sufficiente pensarci sopra un istante, ed è un esercizio che ci riesce meglio se lo rendiamo sempre di più una abitudine. E’ una abitudine che vale la pena prendere, perché, se ci esercitiamo su minuscoli avvenimenti, sapremo allora, a poco a poco, imprimere la stessa trasformazione in avvenimenti più rilevanti, e più difficili. Scegliere di fare di ogni accadimenti un luogo in cui amare di più vuol dire farne qualcosa, dar loro un senso. E’ un esercizio vitale. Scegliere di trasformare l’acqua in vino significa diventare portatori di gioia e di salvezza, per noi stessi e per gli altri.

La speranza ci dice che così possiamo cambiare il male assoluto in bene inestimabile. Che cosa c’è di peggio della croce su cui è stato torturato il più innocente degli uomini, il Figlio di Dio? Da questo punto di vista, bisogna riconoscere quello che c’è di rivoltante in una affermazione che ripetiamo troppo macchinalmente, al punto da non farci più caso: “Siamo salvati dalla croce”. La croce non salva nessuno. Uccide, fa soffrire: è uno strumento di supplizio, certo non di salvezza. Quando diciamo che essa salva è evidentemente a motivo di una scorciatoia di linguaggio. Non è la croce che salva chicchessia, ma la maniera in cui Gesù ha vissuto il supplizio della croce.
La croce non salva nessuno, ma dal momento che egli ha fatto della croce il luogo dell’amore più grande e che, senza rimuginare sul suo statuto di vittima né negare il male che gli veniva fatto, ha scelto il perdono universale e su di essa ha dato la vita che volevano togliergli, la croce è diventata, senza volere, lo strumento della salvezza.

Se noi siamo cristiani, se siamo il corpo di Cristo, allora è normale anche essere anche noi inchiodati sulla croce. Lo sappiamo fin dall’inizio. Ma ci rimane di accettare di farne uno strumento di salvezza del mondo.
Riecco il “sacrificio”. Decisamente i cristiani non sanno farne a meno. Eppure ne diffidiamo perché, come la rinuncia, si possono generare tragici controsensi. Dobbiamo ritornare alla definizione di Sant’Agostino, per il quale “sacrificio” è ogni azione che compiamo per unirci a Dio. Ora, unirsi a Dio è fare come Lui ha fatto: donarsi. Donarsi non significa perdersi; dare qualcosa a Dio non è distruggerla, ancor meno rovinarla. Al contrario, è darle il suo senso, il suo giusto posto alla luce della vita eterna. Solo ciò che è donato è vivo. La vita eterna è non vivere più per sé stessi.
E’ avere dato la propria vita. Questo non significa morire, ma anzi essere disponibili: a un servizio, a un incontro, a un sorriso. Dare la vita non è perderla, ma viverla appieno; è guadagnarla.

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