Sperare è adottare il punto di vista dell’eternità, dell’amore

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

La vita aperta dalla speranza è il possesso di Dio come Salvezza; è quella che più comunemente è chiamata la vita eterna. Sarebbe forse l’ora di parlarne perché è un tema di cui non si parla quasi mai, ma che adesso, si impone. La salvezza, se è portatrice della vera gioia, non è affatto una piacevole passeggiata! Se volessi essere onesto fino in fondo, dovrei smettere di giocare sulle ambiguità tra felicità e vita eterna, e dire con chiarezza che, se si ricerca l’armonia con gli elementi, l’annullamento di ogni sofferenza, la Chiesa non ha nulla da offrire. In magazzino ha un unico prodotto: la salvezza, la vita eterna. Se lascio intendere che abbiamo altre cose, allora rischio di ingannare chi mi ascolta. Ma quando parlo di salvezza, quando parlo di vita eterna, non parlo della vita dopo la morte. Non solo, in ognin caso. Perché, se è eterna, non si trova nello svolgimento del tempo: essa è fuori del tempo, o più esattamente, è tutto il tempo. Adesso, come pure dopo la mia morte quando vedrò Dio faccia a faccia.
Se Gesù ci apre la vita eterna, vuol dire che ci obbliga a rinunciare alle nostre frontiere tra vita quaggiù e vita nell’aldilà: è la medesima vita! La vita eterna comncia adesso e prosegue eternamente. Ciò non significa che continuerà sempre identica.

Sperare è qualcosa di molto concreto: è credere che Dio ci rende capaci di porre degli atti eterni. Che, quando ci amiamo, questo amore non è semlicemente un bel sentimento in un oceano di assurdità votato alla morte, ma una finestra che apriamo sull’eternità. Perché gli atti eterni, gli atti che noi possiamo fare e i cui frutti sono eterni, sono, naturalmente, gli atti di amore, i soli che contino. Sono questi che costruiscono, già nel nostro mondo, l’eternità, il Regno di Dio.

Questo ci obbliga a rinunciare a una visione assai corrente, e per dirla tutta, molto infantilizzante, della vita eterna come ricompensa. Essa non ci viene data per congratularci di aver creduto nel buon Dio o per aver evitato per lo meno i peccati più gravi. Non c’è da una parte la vita cristiana in questo mondo, faticosa, piena di sacrifici e di sofferenza da sopportare stringendo pazientemente i denti, e dall’altra la vita eterna, fatta di delizie e dolcezze, per rimetterci in forma dopo le fatiche della prima: è la medesima vita, e se qualcuno prova fastidio della presenza di Dio in questa vita, c’è da temere che non se ne rallegri granché dopo la morte.

Sperare, nella pratica, non è soltanto credere che siamo esseri capaci di eternità: è vivere preferendo l’eterno al resto, facendo passare l’eterno al primo posto, prima di ciò che è urgente, prima di tutto il resto che ci pare al momento così importante.
Sperare significa adottare il punto di vista dell’eternità: non un punto di vista freddo e lontano, ma, al contrario, il punto di vista dell’amore.

Come cambierebbero le nostre vite se sapessimo ordinare le nostre priorità in funzione della quota di eternità delle nostre azioni: l’ambizione, l’ansia, il denaro, la voglia di emergere sugli altri si ritroverebbero ben presto a fondo scala. Scopriremmo che preparare un dolce per una vicina isolata, a cui questo gesto farebbe piacere, realizza l’eternità molto più di quanto le dosi di farina, zucchero e uova non lacerebbe credere.

La vita eterna non è dunque una forma di evasione, un modo di cercare rifugio dal male e dalla finitudine del nostro universo il aldilà immaginari o procrastinati ad un avvenire soprannaturale, come è stato rimproverato al cristianesimo, accusato di trascurare la vita presente. Essa permette, anzi, e con grande concretezza, di prendere il nostro mondo sul serio, guardandolo così com’è, dando a ciascuno dei suoi elementi il posto giusto, il peso giusto.

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