“Io sarò con te”: la promessa che fonda la speranza cristiana

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

Per fortuna il libro di Geremia non si limita a denuncuare tutte le false speranze alle quali vorremmo aggrapparci. Ci indica altresì quello che possiamo sperare. Mentre la città di Gerusalemme è attaccata e lui in balia di molti nemici, Dio non gli promette di tirarlo fuori dai guai, né gli promette che i grossi problemi che il paese vive si aggiusteranno. Gli fa una promessa, sempre la stessa, che sarebbe valsa per tuto il resto: “Io sarò con te”.

Io sarò con te. Sbaglieremmo a vedervi una melliflua consolazione sentimentale. La promessa non ha niente a che vedere con l’aiuto che i bambini trovano nella presenza di un amico immaginario. Al contrario, questa presenza promessa ha un prezzo esorbitante: esige di rinunciare. per prima cosa, a tutte le consolazioni immaginarie di cui le nostre vite sono ricolme. Davanti al male che rode il mondo, al male che ci fa male, la soluzione più semplice consiste nel cercare delle compensazioni mentali. Troviamo coraggio nelle difficoltà immaginando che l’avvenire sarà migliore; ci consoliamo con i piacevoli ricordi del passato… Queste compensazioni immaginarie, nel passato, nell’avvenire o altrove, hanno tutte un solo difetto: non sono vere. Per questo ci deludono sempre.
Possiamo qui recuperare la nozione cristiana di rinuncia. La vera rinuncia cristiana è quella che riguarda i sostegni immaginari. Se Dio pone, a chi voglia incontrarlo, l’inverosimile esigenza di rinunciare alle sue stampelle illusorie è perché Dio esiste soltanto nel mondo reale. Egli non è ieri, né domani né altrove: è il Dio del presente. Può essere incontrato solamente nella vita vera, nel mondo vero, lo stesso mondo in cui incontriamo ciò che ci preoccupa e genera ansie e paure.

La speranza cristiana necessariamente spera contro ogni speranza, cioé contro tutte le false speranze che ci proteggono da un incontro ruvido con il mondo reale dove Dio ci attende. Come potrebbe salvarci se noi siamo altrove? Di più: come potremmo comprendere cos’è la salvezza e perché abbiamo bisogno di essere salvati, se non guardiamo in faccia il mondo reale con il male che lo attraversa?
Rifiutare le false speranze è già un atto di speranza. E’ attendere la salvezza unicamente da Dio; e attenderla solo da lui significa riceverla già.

“Io sarò con te”. La promessa comporta un’esigenza smisurata, ma il gioco vale la candela. Ecco perché le nostre difficoltà attuali rappresentano per noi una chance inaspettata. Ci troviamo un po’ violentemente spogliati di molte false sicurezze, e quindi spinti a sperare in Dio. Abbiamo l’occasione di interessarci direttamente a Dio, alla salvezza che lui ci offre. Dio stesso è dunque l’unico oggetto della speranza. Questo viene a cambiare il senso che noi attribuiamo al verbo “sperare”. Non che la speranza cristiana sia di tutt’altro genere, senza un legame con quella che noi comunemente chiamiamo speranza, ma questo oggetto singolare non lo si spera allo stesso modo in cui si spera che domenica farà bel tempo o che Giovanna passerà l’esame. Ordinariamente, sperare vuol dire desiderare con forza e per l’avvenire. La speranza corrente è un’attesa, che colma il suo vuoto attraverso l’immaginazione di ciò che verrà a soddisfarla.

La speranza in Dio, invece, non può essere raffigurata. La speranza cristiana non può essere confusa, ad esempio, con le simpatiche immagini che ci siamo creati del Paradiso. Esse nulla ci dicono di Dio. Il Dio vivo non ha granché a vedere con le nostre costruzioni preventive; egli è là dove meno te lo aspetti, e sorprende, disturba, o ricolma di doni sempre in modo inatteso. Il Dio vivo resta libero dalle nostre definizioni: è questo che lo rende, al tempo stesso, un po’ inquietante e del tutto meraviglioso.
La speranza cristiana, del resto, non è un’attesa: non afonda le radici in un nostro bisogno checerchermmo di colmare in modo appropriato. Essa è possibile solo perché Dio si è dato per primo. Non si tratta di attesa, ma di dono – un dono che possiamo semplicemene ricevere.

Contrariamente agli oggetti delle nostre speranze correnti, Dio non deve venire né essere atteso: è già dato, la sola difficoltà consiste nell’accettare tale dono. Sperare è già possedere. Quando si parla di “possedere Dio”, occorre comprendere bene questa espressione. Non si possiede Dio come si possiede una macchina o un conto in banca, ma piuttosto come si “ha” un amico: lo si conosce, certamente, ma mai fino in fondo. Può sempre sorprenderci. E’ sempre conosciuto e al tempo stesso sconosciuto. Questo possesso non è un progetto, è già una realtà. Dio è l’unica realtà che possiamo al tempo stesso possedere e continuare a desiderare.
Dio è, a questo titolo, l’unico oggetto di speranza che non delude, poiché non cessa di essere una speranza quando diventa un possesso.

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