Il Presepe: invito a entrare nel cuore del mistero del Natale

Quando san Francesco a Greccio fece celebrare la Messa sopra al primo presepe, non era interessato al romanticismo della natività. Egli era talmente impressionato dall’umiltà di Dio, che lo illuminava nel bambino della mangiatoia, che a lui stava a cuore il fatto che noi non fossimo semplicemente ospiti o spettatori nel presepe, ma che ci lasciassimo coinvolgere dagli eventi del Natale. Il presepe di Natale ci invita non solo a mantenere una bella usanza ponendo la culla sotto l’albero, ma ci esorta a diventare noi stessi una mangiatoia in cui si può deporre il bambino di Natale. Solo se noi stessi diventiamo ciò che il presepe rappresenta, può davvero essere Natale. Se facciamo diventare il nostro cuore una mangiatoia, così da ospitare il Figlio di Dio nato a Betlemme, ci rendiamo anche conto di quella profonda serietà del presepe natalizio, che consiste nel fatto che già alla nascita del bambino si prospetta il suo futuro sulla croce.

Questa connessione del destino tra l’incarnazione di Dio a Natale e la morte sulla corce di Gesù il Venerdì santo è visibile particolarmente nelle icone natalizie della chiesa orientale.Qui la mangiatoia è raffigurata spesso come simile ad un altare e il bambino è quasi sempre fasciato strettamente e quindi viene suggerito un parallelo con la sepoltura di Gesù. Infatti, alla condizione umile del presepe all’inizio corrisponde all’umiliazione sulla croce alla fine della vita di Gesù. L’icona del Natale della chiesa orientale annuncia così il messaggio di liberazione secondo cui Cristo già nella sua incarnazione è sceso nella profondità del mondo della morte, in cui vive l’umanità che sta nell’ombra della morte e attende la redenzione dall’alto. Il santo Natale ci invita a capire la mangiatoia alla luce della croce, vedere la mangiatoia come il posto adeguato per il bambino che nacque per diventare il “Salvatore”: colui nel cui nome gli uomini possono credere che Dio sia la loro salvezza.

Se consideriamo questa profonda solennità del Natale, ci rendiamo anche conto che i nostri presepi non sono semplicemente rappresentazioni popolari di verità della fede, ma conducono al cuore del mistero natalizio.
Laddove dalla convinzione della fede scompare la serietà del Natale, come è rappresentata nei presepi natalizi, il Natale rischia subito di trasformarsi solamente in una questione di sentimento a buon mercato in un mondo orientato al consumismo. Dove invece viene percepito il messaggio dei presepi natalizi, diventiamo consapevoli della serietà dell’umiltà di Dio nella sua storia con l’umanità e noi gli rispondiamo nell’umiltà della fede. Infatti, davanti all’altare del presepe possiamo sperimentare che nella nostra vita non esiste un messaggio più illuminante di quello del Natale: Dio onnipotente è venuto al mondo in un bambino impotente. Il Dio eterno ha preso su di sé il nostro tempo finito.

A Natale celebriamo la nascita di quel bambino in cui Dio stesso si è fatto esperienza concreta per donarci la sua amorevole vicinanza. Nel Natale, diventa del tutto evidente che la grandezza di Dio sta nel fatto che egli può rendersi totalmente piccolo. Così, nel bambino della maniatoia, Dio ci porge la sua mano di pace e riconciliazione. La mano di quel bambino nella mangiatoia è la mano offerta da Dio che a Natale noi possiamo afferrare con gratitudine, accogliendo in quel bimbo il Figlio di Dio che è diventato uomo e che ci ha promesso che, atutti coloro che credono nel suo nome e sono nati da Dio, darà il potere di “diventare figli di Dio” (Gv 1, 12-13).

Se diventiamo bambini nel bambino, figli e figlie nel Figlio, e in umana umiltà incontriamo l’umiltà di Dio che si è manifestata a Natale, allora la luce del Natale, brillerà anche nella nostra vita quotidiana.

Nell’evento del Natale diventa sperimentabile che siamo dinanzi non a un “cosa” ma a un “chi”, cioè a persone concrete: la fede cristiana è una relazione viva con quel Dio che a Natale mostra il suo volto di uomo. Il cardinal Koch ci guida ad accostare il Natale assumendo la prospettiva dei suoi attori principali. Ci sollecita così a non essere spettatori e nemmeno semplici comparse, ma a vivere in prima persona l’evento narrato, nella sua attualità, e a passare così all’azione.

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