Dio ci ha voluti qui!

Smettiamo di lamentarci
per ascoltare il canto di letizia che solo chiede di poter nascere

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

Per accogliere fino in fondo la promessa di Dio di essere con noi sempre e fare di questa promessa la sorgente della nostra speranza occorre rinunciare non solo alle false speranza di cui abbiamo parlato, ma anche resistere ad una tentazione: dirsi che basta tornare indietro per risolvere tutti i problemi. Pensare che è possibile ritrovare il passato, un passato peraltro amabilmente idealizzato, è evidentemente illusorio e, per noi cristiani, diventa una illusione mortifera. Non si tratta qui di un dibattito storico, ma l’amore per il reale. I ricordi sono forse più dolci, ma non avranno mai il gusto della realtà, il sapore unico del mondo che ci è dato. Non si spera nel passato, si può sperare unicamente nell’avvenire. Il passato è sempre più rassicurante: è già fatto, si conosce la fine della storia; anche quando è stata tragica non porta in sé l’angoscia dell’incertezza, ma proprio per questo non è portatrice di nessuna sorpresa, di nessuna novità.

Niente è meno cristiano che continuare a stringere tra le braccia il cadavere della vecchia cristianità: lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti, e guardiamo il mondo in faccia. Gerusalemme è caduta, le sue mura non saranno ricostruite.

Certuni, poi, non si fermano alle lamentazioni nostalgiche e, per sostituire le mura cadute, si rimettono a costruire un piccolo fortino. Visto che il mondo cambia, ci inquieta, visto che si allontana da ciò che la fede ci insegna, è quasi naturale volersi costruire, in questo diluvio, delle piccole arche di Noè in cui vivere tra noi. Questa opzione di resistenza al mondo seduce molti. Niente compromessi con lo spirito del mondo! La loro radicalità si incarna in una parola d’ordine: resistenza allo spirito del mondo, allo spirito del tempo.

Tuttavia esistono altre radicalità, oltre alla radicalità combattente. Anzi, io credo che Dio ci inviti, nei tempi che viviamo, a un’opzione ancor più radicale. Dobbiamo rinunciare a vedere la realizzazione, anche solo parziale, del trionfo dela chiesa per accettare il paradossale trionfo della croce. Gerusalemme è caduta e non la ricostruiremo più. Gerusalemme è caduta, e a noi non è chiesto di condurre una resistenza accanita sugli ultimi tratti di mura traballanti che restano in piedi. Dobbiamo accettare, come Geremia, la nostra situazione.
Gerusalemme è caduta, e bisogna farne il lutto se vogliamo cominciare a sperare in verità; farne il lutto, ma senza perdere il nostro tempo a lamentarci. Dio ci ha voluti qui, in questo tempo sconcertante, nel quale la nostra situazione di sofferenza provoca il suo amore a manifestarsi con più forza. Allora non lamentiamoci troppo. Abbandoniamo anche questa forma di sollievo, un po’ inquietante, francamente sinistra, ma di fatto così seducente. Perché altrimenti rischieremmo di non udire, nel più profondo di noi, quel canto di letizia che solo chiede di poter nascere.

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