Guardare la notte fissando lo sguardo in Dio e nella sua promessa

Gerusalemme è caduta, Io sono con te!

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

I credenti, oltre che condividere il malessere della società, hanno da affrontare anche una sofferenza particolare e più profonda. E’ sotto gli occhi di tutti come la Chiesa stia retrocedendo. Come credenti viviamo più una via crucis che una marcia trionfale. Diminuiscono i fedeli presenti alle varie liturgie, diminuiscono i preti, la Chiesa è sempre meno presente nel dibattito culturale, i simboli cristiani sono sempre meno riconosciuti e vissuti. Così il cristiano assiste impotente alla caduta di tutti i bastioni che la sua fede occupava nella società. Inoltre ci si accorge della “concorrenza”: si perde terreno di fronte alla secolarizzazione, a pratiche di meditazione… Ci si scontra anche con l’indifferenza: a Peppone, don Camillo non interessa più. C’è poi una sofferenza più profonda e più intima: quella vissuta da tanti cristiani che sentono di aver fallito la trasmissione della fede ai loro figli. Tuttavia, lo stravolgimento è talmente grande che non si può imputare il fallimento a una persona o ad un’altra. Per i credenti, gli sconvolgimenti contemporanei sono ancora più duri che per gli altri. Per loro la situazione è ancor meno intellegibile. Quale senso dare, nella fede, a questo movimento di scriztianizzazione? Come vedere un segno dell’azione di Dio in questo accellerato volatilizzarsi di Dio nel nostro mondo? Ancor più destabilizzati degli altri, i credenti dovrebbero anche saper portare speranza a costoro?Sarebbe chiedere troppo. A meno che non si smetta di identificare la speranza con l’ottimismo. A meno che non si cominci ad ascoltare la lezione di speranza del profeta Geremia.
Anche per noi, un regno che sembrava portare in sé la promessa dell’eternità sta ormai finendo di scomparire. La cristianità è morta, davvero morta. Ecco che la società si scristianizza, che la chiesa non è più al centro del paese, che la nostra morale non è più la morale comune: la nostra Gerusalemme è caduta. Anche noi viviamo tra le macerie della nostra vecchia cristianità. Noi abitiamo queste macerie, e ogni muro crepato che viene giù è per noi un crepacuore che dolorosamente ci ricorda il nostro passato splendore. E’ tra queste rovine della nostra Gerusalemme odierna che abbiamo bisogno della lezione di Geremia. Oggi noi siamo maturi per la speranza. Perché, per parlare di speranza, bisogna cominciare con il guardare la disperazione in faccia. Il nostro primo dovere di sentinelle è guardare la notte così come si presenta. Geremia ci mostra come la vera speranza non abbia niente a che fare con l’ottimismo. La speanza cristiana non richiede ottimismo, richiede coraggio.

Alla speranza è necessario il coraggio perché, per poter sperare, sperare veramente, bisogna accettare di riunciare all’illusione, alla false speranze, ed è una rinncia particolarmente dolorosa. L’unica questione che qui viene posta è: in che cosa noi riponiamo la nostra speranza? Perché con la speranza bisogna scegliere. Per sperare in Dio dobbiamo accettare in primo luogo di lasciare tutte le altre speranze, tutte le reti di sicurezza che ci risparmiano di dover fare il grande salto nella fiducia in Dio. E’ quello che Geremia ha capito: i suoi avversari nutrono speranze solo umane.

L’incomprensibile spoliazione degli abiti trionfali del cristianesimo in Occidente ci indica certamente che siamo chiamati ad accettare la medesima purificazione radicale, dolorosa e necessaria, per riporre la nostra speranza in Dio. Noi siamo chiamati ad accogliere e vivere dell’unica promessa che Dio fa a Geremia. A Geremia, Dio non promette il trionfo o la riuscita. Dio promette al profeta la sua presenza!

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