Speranza e false speranze: un mondo che cambia naturalmente sempre in meglio?

La falsa speranza del progresso

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

Se ci guardiamo in giro, se facciamo caso alle molte parole che si dicono per cercare di interpretare il nostro temp e la nostra società, ci accorgiamo che siamo in preda ad una forte depressione sociale. Un senso di disfattismo e rassegnazione ci pervade e ci porta a trovare dei “colpevoli” che abbiano causato questa situazione di declino, di sgretolamento della nostra cultura tradizionale e della società. Se viene così facile, ad esempio, incolpare gli immigrati o altre categorie di questo malessere, guardando poi con più attenzione, scopriamo che c’è molto di più. Non sono, per restare al nostro esempio, solo gli immigrati che mettono in pericolo la nostra cultura. Anche all’interno della stessa famiglia, quali sono i nonni che possono vantarsi di capire ancora i loro nipoti? Trasmettere la propria cultura in seno alla propria famiglia appare come una missione impossibile. Questa reciproca incomprensione tra generazioni, in un mondo dove i punti di riferimento cambiano con velocità da capogiro, è infinitamente dolorosa, perché ci tocca al cuore di noi stessi, al cuore di ciò che ci sembra essenziale, di ciò che è degno di essere trasmesso. Non è cosa nuova che i giovani ritengano gli anziani inadatti ai tempi moderni, ma la novità è che non è mai stato così vero come oggi. Quale capitale di esperienza e di bellezza si può mai trasmettere quando ci si sente già superati, quando la tecnologia, certamente, ma anche gli assetti morali o i criteri estetici cambiano a tutta velocità? Trasmettere una cultura è pretendere, in qualche modo, di apiegare il mondo a chi è più giovane. Ma come spiegare ciò che non si capisce più? Sono qui riuniti tutti gli elementi di un malessere profondo; ma la situazione diventa tragica quando si aggiunge, a questi movimenti di fondo così destabilizzanti, l’esplosione di una violenza inattesa e incomprensibile quale quella degli attentati terroristici.

Ora, i cambiamenti sempre più rapidi che dobbiamo affrontare non sono unicamente incomprensibili: sono anche distruttivi delle cornici esplicative che permettevano di capire il mondo reale. Negli ultimi tre secoli, i cambiamenti economici, sociali e culturali sono stati accompagnati da una spiegazione potente che ha strutturato il nostro immaginario e la cui scomparsa ha lasciato un enorme vuoto: la speranza nel progresso, continuo, ineluttabile, generale. Il mondo cambiava, certo, ma per migliorare. Lasciare il cavallo per il trattore era un grosso sconvolgimento non sempre gradevole della maniera di vivere, del paesaggio, ma intanto ci si lasciava la fame alle spalle, cosa evidentemente consolante.
Quella speranza, quella falsa speranza che contava sul senso della storia per migliorare le cose, è morta e sepolta: tutto continua ad andare sempre in fretta, e anche più in fretta, ma noi non ci guadagniamo più granché.

Noi abbiamo un grande avvenire dietro le spalle. Ciò che ci viene promesso non è più granché desiderabile. Progredire, per noi, non è più migliorare ma evitare di peggiorare le cose: consumare meno in fretta le nostre risorse, degradare di meno i suoli e l’atmosfera, insomma stenersi dal distruggere troppo il pianeta. Peraltro, che siano possibili dei progressi nessuno lo mette in discussione; che essi siano il frutto ineluttabile della storia, il che spiegherebbe gli sconvolgimenti che subiamo, nessuno può più crederlo. Ora, il progresso non dava soltanto un senso, dava anche una speranza. Noi ci ritroviamo perciò privati dell’una e dell’altro.

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