Rallegrati! – Si può “prescrivere” la gioia?

Il cammino verso il Natale è nel segno della gioia. All’inizio di questo cammino sentiamo infatti una chiamata alla gioia: “Rallegrati, piena di grazia” (Lc 1,28). Così Maria viene saputata dall’angelo . A noi persone di oggi viene anzitutto da chiedere con quale autorità si possa invitare alla gioia, come fa l’arcangelo Gabriele. Si ha quasi l’impressione che l’angelo comandi a Maria la gioia. Ma questo è possibile? A noi oggi pare ci siano poche ragioni per essere felici e molti motivi di sofferenza e di lamento. Anche nella Chiesa di oggi c’è un deficit di gioia. Oggi, nel mondo come nella Chiesa, la gioia sembra scarseggiare. Cosa fare per invitare alla gioia o addirittura ordinarla, come fa l’arcangelo? Se siamo attenti alle sue parole, l’angelo non solo invita alla gioia, ma ne spiega anche il motivo: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. Solo chi può anche promettere che il Signore è con noi può invitare alla gioia. Abbiamo motivo di essere felici prorpio perché ci è stato promesso che il Signore è con noi.
Riprendendo un tema caro alla Scrittura, nell’episodio dell’Annunciazione, Maria è presentata come la nuova Tenda santa, come la vera Arca dell’Alleanza, il nuovo tempio in cui dimora il Dio vivente. Per cogliere la ragione ancora più profonda della gioia, dobbiamo considerare che Gabriele si rivolge a Maria definendola “piena di grazia”. Secondo la convinzione biblica la grazia è fonte di ogni gioia e la gioia viene dalla grazia. Può rallegrarsi solo chi è nella grazia. Maria è la piena di grazia poiché Dio ha trovato gioia in lei e poiché, come risposta di fede, Maria si rallegra in Dio per la sua opera.


Recuperiamo così il tema della nascita verginale: una nascita che, non sminuisce il valore della comunità coniugale, ma che è solo e tutta opera di Dio. Nel solco delle maternità di donne sterili nella Bibbia, appare così chiaro anche in Maria che la salvezza di Dio non proviene assolutamente da noi e dal nostro potere umano, ma unicamente da Dio e dalla sua grazia. La nascita verginale è il segno della speranza avventizia in Dio, il simbolo della pura grazia che porta nuova vita anche laddove la sterilità umana non è più in grado di mettere al mondo.

Come figura avventizia, Maria promette che la grazia di Dio è infinitamente molto più forte della debolezza umana e la può superare. In questo sta il significato più profondo del “rallegrati”, nel saluto dell’angelo Gabriele. Con questa parola inizia in un certo qual modo il Nuovo Testamento. E come la fede cristiana incomincia con questa parola, così si manifesta anche la sua vera natura: il cristianesimo nel suo centro più intimo è gioia, anzi è abilitazione divina alla gioia. Una gioia che trova la sua ragione nella certezza che il Signore è in mezzo a noi, cammina con noi ogni giorno e accompagna la nostra vita con il suo Amore. Queste parole trovano la loro concretezza ogni volta che il cristiano vive fedele alla sua identità: ricevere Cristo in lui per portarlo in sé e agli altri. Come Maria che si incamminò in fretta verso un villaggio di Giuda, per portare Gesù alla cugina Elisabetta.

La gioia che il Natale e l’avvento ci “prescrivono” è la gioia di chi sa che “il Signore è con noi”. Se ne rallegra e attraversa la storia non come illuso o sognatore staccato dalla realtà, ma portando nel quotidiano la consolazione di chi sa di essere nelle mani del Padre di Gesù, mani da cui nessuno può strappare, che rialzano, proteggono e donano vita a chi si affida a Lui.


In questa settimana lasciamo che il saluto dell’angelo raggiunga anche noi. Lasciamo che la gioia di saperci figli amati da Dio e fratelli tra noi plasmi e modelli la nostra quotidianità. Così anche noi, come Maria, potremo lasciarci abitare dallo Spirito e portare Gesù nel mondo perché altri lo possano accogliere e gioire del suo Vangelo, del suo annuncio di salvezza. Salvezza che è possibile perché lo Spirito porta sempre in chi lo accoglie un nuovo inizio, una vita nuova, quella da figli.

Nell’evento del Natale diventa sperimentabile che siamo dinanzi non a un “cosa” ma a un “chi”, cioè a persone concrete: la fede cristiana è una relazione viva con quel Dio che a Natale mostra il suo volto di uomo. Il cardinal Koch ci guida ad accostare il Natale assumendo la prospettiva dei suoi attori principali. Ci sollecita così a non essere spettatori e nemmeno semplici comparse, ma a vivere in prima persona l’evento narrato, nella sua attualità, e a passare così all’azione.

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