La speranza: guardare in faccia la realtà e sperare solo in Dio. La “lezione” del maestro Geremia, profeta in una Gerusalemme angosciata.

Papa Francesco ha sancito che “la cristianità è finita”: in Occidente è tramontata l’epoca in cui la fede cristiana sembrava qualcosa di acquisito. Adrien Candiard inizia proprio da qui, per parlare di speranza: dal vedere in faccia la realtà, partendo da quel che abbiamo sotto gli occhi. Perché è qui che Di chiama il credente a guardare il mondo e i giorni con gli occhi della fede. Praticando così la vera speranza, alla scuola del profeta Geremia, maestro nello scrutare il bene presente oltre ogni desolazione. Questo libro ci insegna una prospettiva diversa: il cristiano ha come orizzonte l’eternità, che inizia “qui e ora”, nelle nostre occupazioni più normali.

Nel nostro tempo sono molto i luoghi e tante le occasioni in cui viene espresso un malessere generale, un male di vivere. In una simile situazione, è forse ora di parlare un poco di speranza. Noi siamo troppo prevenuti per accontentarci di discorsi ottimistici. Non sappiamo che farcene di virtù buone per gli ingenui: ci servirebbero virtù per gente disincantata. Affermare che, per sua natura propria, l’avvenire apporterà le soluzioni è una professione di fede affascinante – ma perfettamente gratuita. Sarebbe più razionale essere pessimisti. Avremo soltanto belle sorprese! Dentro a tempi così tristi, cosa mai avrebbe da aggiungere la speranza? Probabilmente è perché non sappiamo cosa farcene che la speranza è una virtù necessaria più che mai, più urgente, più vitale. Purché , evidentemente, la comprendiamo bene. E comprendiamo che non si tratta affatto dell’ottimismo, che ci rende così diffidenti. La speranza vera, la virtù della speranza, è anzi forse il contrario dell’ottimismo.

Ci può aiutare a capire lasciare per un attimo i nostri giorni e andare indietro nel tempo. Al 587 a.C per la precisione, a Gerusalemme. La città viveva un momento molto duro. Era stata saccheggiata e i suoi abitanti migliori deportati. Regnava un reuccio fantoccio e gli abitanti dovevano bersare tributi esorbitanti perchè il loro regno, ormai ridotto ai minimi termini, non venisse semplicemente spazzato via. Gli abitanti, in questa dura situazione, ricordavano i fasti passati. Si ricordavano a vicenda che bisognava aver fede in Dio. Si diceva che, se avessero preso le armi con tro il re di Babilonia, Dio sarebbe venuto in loro soccorso facedo loro vincere la guerra contro l’immenso impero: Dio non potrà abbandonare il suo popolo! Dio è con noi, andrà tutto bene! Con questa totale speranza in Dio, il regno di Giuda si getta nella ribellione. Era questione di vita o di morte. Speravano contro ogni ragionevole speranza. Speravano e agivano di conseguenza. Non è proprio a questo che ci invita la virtù della speranza?
Il profeta Geremia non la pensava così! Predicava la sottomissione pura e semplice al re di Babilonia. Ammoniva che ascoltare le profezie ottimistiche avrebbe portato alla comleta rovina.
Avere la fede, dice Geremia, non è vivere in un mondo incantato nel quale Dio risolverebbe tutti i nostri problemi: è, prima di tutto, guardare il mondo in faccia, il male in faccia. La fede non spinge Geremia all’ottimismo, bensì al realismo più freddo. Valuta gli effettivi rapporti di forza, senza tener conto dei possibili interventi miracolosi del Signore Sabaoth e delle sue innumerevoli schiere angeliche. Come giustificare il pessismo di Geremia, che lui, profeta, metta in dubbio l’intervento di Dio per salvare il suo popolo? Il pessimismo di Geremia ha una sola scusante: ha ragione lui. La rivolta portò così il regno di Giuda alla catastrofe. Ma proprio nei giorni di angoscia più bui, Geremia si mise a scrivere cose strane: lui che era così realista su quel vicolo cieco che era la rivolta, annuncia che Dio ricreerà tutto a partire dal niente. La distruzione di Gerusalemme è soltanto un episodio della storia d’alleanza d’amore che Dio offre al mondo. E avrà ragione pure su questo! Dio non ha dimenticato le sue promesse, ma le compirà a suo modo: le compirà in Gesù. Senza bisogno di un re, una terra, un tempio, tutte realtà che sembravano necessarie.

Questo perché sperare non è tutto: bisogna anche sperare in Dio, e sperare in lui solo.

La storia di Geremia può sembrare forse lontana, ma è molto vicina a noi se solo apriamo un giornale… Geremia diventa così per noi maestro di speranza. Un maestro che ci insegna che la speranza non è ciò che spesso si crede, una sorta di ottimismo beato che si rifiuta di vedere le difficoltà. Ed è, singolarmente, il maestro di speranza di cui il nostro tempo ha bisogno.

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