Diventare adulti? L’ideale dell’eterna giovinezza

Con l’aiuto delle provocanti riflessioni di don Armando Matteo, ci domandiamo come custodire oggi la missione della Chiesa: portare il Vangelo ad ogni persona, rendere ragione della speranza che è in noi perché ogni persona scopra la bellezza di essere figlio di Dio e, vevendo tutti da fratelli, possiamo collaborare alla costruzione di un mondo di pace e di giustizia, quel “Regno” che Gesù ha inaugurato con la sua Pasqua.

Ciò che più è cambiato nel mondo occidentale, per le generazioni nate dopo la Seconda guerra mondiale e fino agli anni ’80, è la condizione della popolazione adulta. Nel giro di pochissimi anni, la codizione adulta è passata dal rappresentare il tempo dei doveri familiari e sociali, il tempo delle fatiche e delle frustrazioni, dell’inesorabile incontro con l’esperienza dell’indebolimento delle energie e dunque dell’invecchiamento e della morte, al tempo in cui la domanda umana di vita e di libertà trova il suo terreno più fertile. Diventare adulti non è più imbioccare una strada già segnata, dalle tappe ben precise esostanzialmente uguali per tutti.
Diventare adulti significa, oggi, accedere ad una sorta di prateria dai confini difficili da determinare, in cui non sembra esservi quasi nulla di precluso, a condizione di avere a disposizione del denaro. L’idea di dover morire non si presenta più come la questione ultima e radicale dell’esistenza, viene piuttosto ormai generalmente rubricata e digerita come l’ultima questione cui a sue tempo si troverà facile soluzione. Non solo: ormai, indipendentemente dall’età in cui si muore, al presente si muore sempre “giovani”.

Ciò che è cambiato è l’immaginario del diventare adulto. Essere adulto non è più visto come il compimento del cammino di maturazione del cucciolo d’uomo, e il compimento della piena umanità di ciasccuno, Oggi è la giovinezza a garantire la riuscita della piena umanità. Pertanto, la gioventù non è più una stagione da superare per entrare nel mondo adulto, vero obiettivo di ogni essere umano che voglia essere pienamente realizzato. Oggi è la giovinezza stessa ad occupare il posto centrale , luminoso e illuminante, deputato alla donazione di senso all’esistenza degli uomini.

Davanti a questo cambio epocale che vede nella giovinezza e non più nell’adulto il compimento ed il successo della persona, la nostra mentalità pastorale è rimasta immutata. Essa non ha fatto i conti con quetsa “rivoluzione”. La nostra mentalità pastorale non ha fatto i conti con l’eclisse dell’adulto.

Elemento cardine della mentalità pastorale vigente è il leggere lo sviluppo della persona come un prepararlo a diventare adulto, ad assumersi nel mondo le responsabilità proprie di un adulto. Oggi questo non può più funzionare dal momento che obiettivo non è più il diventare adulto, ma il rimanere giovane!
Prendere atto di tutto questo non significa criticare o disconoscere tutta la ricchezza e la fecondità che tale mentalità pastorale ha avuto nei decenni passati. Ciò che ci è chiesto è di “ritornare” alle origini, a ciò che ha generato quella mentalità che noi riconosciamo aver sostenuto generazioni di crstiani, e di santi, ma che ora non è più in grado di parlare ai nostri contemporanei e a noi. Si tratta di tornare a questa domanda: come annunciare oggi il Vangelo, come proporre Gesù come il compimento dell’umanità,la via per costruire un mondo dove per tuti e ciascuno sia bello vivere?

Sarà questa domanda a guidarci nei prossimi passi.

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