Contemplare i germogli di vita

I semi gettati nel terreno iniziano a germogliare, e così il contadino, dorma o vegli, senza sapere come, vedrà il germoglio crescere fino al frutto maturo (Mc, 4-26). Questa settimana vogliamo anzitutto contemplare, quasi un adorare, un portare la mano alla bocca, stupiti della grandiosa bellezza cche si cela nell’ordinario, quasi nel banale della vita.
Vogliamo essere un po’ questo contadino che sta davanti al seme che cresce contemplandone con stupore l’evoluzione fino al frutto maturo.
Il Regno di Dio paragonato a questo seme che spontaneamente cresce ci racconta del desiderio di vita che Dio ha verso tutti. Un desiderio di donare vita che poi si è manifestato in Gesù stesso in cui si realizza l’umanità che Dio desidera.
Nell’uomo che getta il seme contempliamo l’agire di Dio nell’ordinario, nelle pieghe della storia. Vediamo in questo gesto tutto l’amore di Dio che si dona a noi attraverso i gesti più semplici e umili. Così infatti è stata la vita di Gesù: rendere presente il Regno con uno sguardo, il prendere per mano, un incontro lungo la strada, un pranzo in casa…
Contemplando il seme che cade nel terreno stiamo davanti al mistero della vita di cui il seme è portatore. Come il Bambino di Betlemme: in Lui, così piccolo e indifeso c’è il sogno di Dio. Quel Bimbo ha in sè una forza straordinaria che poi darà frutto sovrabbondante nella Pasqua.

Il credente è colui che, con gli occhi della fede, sa scorgere e meravigliarsi di queste potenzialità di vita nascosta nelle pieghe dell’ordinario. Questo sguardo attento, sa poi scorgere anche la crescita del seme, sa riconscere quei passi che la Parola fa compiere a chi la accoglie e lascia che trasformi la vita. Chi crede nella sogno di vita del seme, sa anche vivere l’attesa in quei tempi che sembrano vuoti, dove niente nella vita cambia e tutto sembra vano e inutile: come non lo sa, ma sa che quella potenza di vita non macherà di sbocciare! Il credente sa sorprendersi di come la Parola ha la forza di trasformare vite che noi daremmo per perdute, incapaci di cambiare.
Il contadino contempla poi la crescita. Questa è un tempo avvolto nel segreto della vita di una persona che va atteso con fiducia, trepidazione e accoglienza. Al contadino, come al genitore o all’educatore, è chiesto solo di esserci, con fiducia e di accogliere con gioia i passi di crescita che la Parola compie nel figlio, in chi è affidato nel percorso educativo. A noi, come al contadino, è chiesto di avere un cuore e uno sguardo così affinati da spaer scorgere i germogli di novità nella vita dell’altro.
Al contadino (genitore, educatore…) è chiesto di non aver fretta di vedere i frutti, ma di rimanere fermo nel credere nella potenzialità di vita nascosta nell’altro, di credere che in quel “non ancora” è racchiusa tuta la forza di vita di Dio. E da lì, con i tempi Suoi e non nostri, arriverà un frutto maturo.
La maturità del frutto, il giungere a maturità di una persona che ci è affidata, non è qualcosa che si può provocare, che si può programmare, ma che solo si accoglie con gioia. Il frutto si dona a noi a tempo debito, non nei tempi che vogliamo noi.
Infine, ritornando al nostro contadino che esce a gettare il seme, riconosciamo in lui un profondo e ostinato ottimismo. Ha il coraggio di fidarsi e di attendere con fiducia, di rischiare sulla forza del seme e sulla disponibilità accogliente della terra.


Questa settimana sentiamoci anche noi invitati ad essere ottimisti ostinati, perché innamorati della vita e del suo lento ma sicuro attuarsi. Siamo chiamati a dare fiducia alla forza del seme e all’accogliente abitabilità del terreno, dal cui incontro verrà il frutto. Coltivarsi nel segno della pazienza, dell’attesa operosa e gioiosa, è lo stile del credente.

Siamo invitati ad essere Chiesa in uscita.
Perché possiamo uscire ad annunciare
Gesù, Vangelo di salvezza, sostiamo su quelle “parole” essenziali da cui il Vangelo sgorga come sorgente di acqua viva.

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