Questione di futuro: c’è ancora futuro per la Chiesa?

Con l’aiuto delle provocanti riflessioni di don Armando Matteo, ci domandiamo come custodire oggi la missione della Chiesa: portare il Vangelo ad ogni persona, rendere ragione della speranza che è in noi perché ogni persona scopra la bellezza di essere figlio di Dio e, vevendo tutti da fratelli, possiamo collaborare alla costruzione di un mondo di pace e di giustizia, quel “Regno” che Gesù ha inaugurato con la sua Pasqua.

La domanda che apre questa rifliessione ha dato e dà origine a fiumi di inchiostro e certo qui non si darà nessuna risposta esaustiva. Vorrei solo indicare un sentiero riproponendo spunti che ci possano aiutare a vivere il presente rimanendo “saldi nella speranza” e senza essere ingenui o fatalisti.
Partiamo da un duplice dato di fatto:
1. entrando nelle nostre Chiese e osservando i partecipanti alla Messa domenicale ci accorgiamo subito di alcune cose:
– c’è sempre meno gente,
– l’età media dei presenti è sempre più alta: molti anziani e pochi giovani presenti,
– preti e suore sempre di meno e comunque sempre più anziani;
2. andando a vedere il gruppo catechisti dell’iniziazione cristiana e in generale i partecipanti ai gruppi parrocchiali:
– sempre meno giovani,
– sempre meno donne 40enni (le mamme dei bambini piccoli che solo pochi decenni fa costituivano l’anello forte di trasmisisone della fede alle nuove generazioni).
Questo quadro, da tutti conosciuto, apre le questioni decisive che abbiamo indicato nel titolo. Riproposte come affermazione: se questa è la situazione, tra 30 anni la Chiesa praticamente non ci sarà più. Affermazione che, per chi ama il Signore e la Chiesa suona davvero preoccupante. Ecco quindi che nascono alcune correnti di opinione rispetto a che ne sarà di questo “resto” che sembra essere la Chiesa oggi: scomparirà del tutto come le 10 tribù del nord di Israele, che sono del tutto sparite con l’esilio a Babilonia e di loro non c’è più traccia, oppure rifiorirà rigogliosa come l’umanità dopo il diluvio1

La reazione davanti al dato di fatto, non può che essere quella della fede. Reazione che non è il fatalismo e nemmeno un ingenuo affidamento all’azione dello Spirito, ma il ritorno alla radice e cioè calarsi fino in fondo nel mondo portando la gioia e l’amore per il Signore, testimoniare la bellezza della comunione creata dal Vangelo e la sua forza liberante per ogni uomo e per la società degli uomini e delle donne di ogni tempo.

Per quanto possiamo essere preoccupati, ci è chiesta una sola cosa: amare l’uomo e la donna di oggi, entrare nel loro cuore, ascoltare il loro anelito di vita e lì offrire il Vangelo come parola promettente.

Vivere e stare nella Chiesa oggi ci chiede anzitutto una presa di coscienza reale ed effettiva della crisi del nostro modo di annunciare e trasmettere la gioia del Vangelo nel mondo di oggi, che è radicalmente cambiato rispetto a 50 anni fa quando il modello di Chiesa in cui ancora siamo dentro sapeva dare frutti (o almeno così sembrava). La “crisi” di oggi ci chiede di rimanere certo saldi nella speranza perché il Signore non abbandona la sua Chiesa, ma poi ci spinge in modo inevitabile e serio a ravvivare il dono di Dio che è in noi. Non si tratta infatti di migliorare strategie di marketing, ma di ritrovare la via per dire all’uomo e alla società si oggi che, anche oggi, il Vangelo è Parola che offre pienezza di vita.

Come vedremo, il primo passo, una volta accettata la situazione attuale, sarà mettersi in ascolto del mondo e dell’uomo di oggi, così come propone papa Francesco.

1 Sul tema si può vedere: W. Vogels, il ‘piccolo resto’ nella Bibbia. E per la Chiesa oggi?, Queriniana, 2020

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